Vaccini e varianti

Un vulnus alla fiducia nelle campagne vaccinali è la loro efficacia contro le varianti del virus COV-2, il New York Times cerca di dare risposte al riguardo.

Sensazionalismo pericoloso.

La comunicazione e la trasparenza riguardo ai vaccini sono le chiavi per fare comprendere l’importanza di questi presidi alla popolazione, il New York Times cerca di fare chiarezza sul problema delle varianti (vedi).

In primo luogo, le varianti di un virus sono purtroppo la normalità e non ha senso attribuire per questo una volontà “diabolica” al patogeno: sebbene sia vero che le varianti del virus sono una preoccupazione significativa per la salute pubblica, l’attenzione ossessiva su ogni nuova variante ha creato un allarme indebito e una falsa impressione che i vaccini non ci proteggano dalle mutazioni, che continuano ad emergere.

Molto fanno i titoli volutamente sensazionalistici e spaventosi di alcuni media che seminano sistematicamente il panico nella popolazione, venendo “rimbalzati” in modo esponenziale.

Varianti.

I virus sono in continua evoluzione e nuove varianti sono emerse e circolano in tutto il mondo durante la pandemia. Alcune mutazioni non contano, sono innocue, ma altre possono peggiorare le cose aumentando l’infettività o provocando sintomi più gravi.

Mentre l’aumento di varianti più infettive ha causato un incremento dei casi di COVID-19 in tutto il mondo, il rischio è principalmente per i non vaccinati, per i quali c’è grande preoccupazione. Le campagne vaccinali in una parte significativa del mondo devono ancora cominciare.

Tuttavia, per i vaccinati, le prospettive sono molto più promettenti. Sebbene sia vero che i vaccini hanno percentuali di successo diverse rispetto alle diverse varianti, la percezione che non funzionino affatto contro di esse è errata. In effetti, i vaccini disponibili finora hanno funzionato molto bene, non solo per prevenire le infezioni ma, cosa più importante, per prevenire malattie gravi e ospedalizzazione, anche se le nuove varianti circolano già in tutto il mondo.

Esse, quindi, sono “un motivo in più per vaccinarsi”, ha affermato il dottor Anthony S. Fauci, il massimo specialista in malattie infettive negli USA. “La linea di fondo è che i vaccini che stiamo usando proteggono molto bene contro la variante più dominante che abbiamo in questo momento e, a vari livelli, proteggono da decorsi gravi in molte delle altre”.

Aspettative errate.

Parte della confusione deriva da ciò che realmente significa “efficacia del vaccino” e dall’uso di termini come “elusione del vaccino” da parte delle varianti, che suona molto più spaventoso di quanto non sia.

Inoltre, il fatto che due vaccini abbiano raggiunto un’efficacia di circa il 95% ha creato aspettative irrealistiche su ciò che serve perché un vaccino funzioni bene.

La variante inglese.

La variante chiamata B.1.1.7, identificata per la prima volta in Gran Bretagna, è ora la fonte più comune di nuove infezioni negli Stati Uniti. Questa variante altamente contagiosa sta anche alimentando la diffusione del virus in Europa ed è stata trovata in 114 paesi. La mutazione consente a questa versione del virus di attaccarsi più efficacemente alle cellule. I portatori possono anche diffondere livelli molto più elevati di virus e rimanere infettivi più a lungo.

La principale preoccupazione di B.1.1.7 è che è altamente contagioso e si diffonde rapidamente tra i non vaccinati, potenzialmente intasando gli ospedali nelle aree in cui i casi sono in aumento.

Tutti i principali vaccini in uso – Pfizer-BioNTech, Moderna, Johnson & Johnson, AstraZeneca, Sputnik e Novavax – hanno dimostrato di essere efficaci contro B.1.1.7. Lo sappiamo da una varietà di studi e indicatori. In primo luogo, gli scienziati hanno utilizzato il sangue di pazienti vaccinati per studiare quanto bene gli anticorpi del vaccino si leghino a una variante in una provetta. Tutti i vaccini si sono comportati relativamente bene contro B.1.1.7. Esistono anche dati di studi clinici, in particolare da Johnson & Johnson e AstraZeneca (che è il vaccino più utilizzato in tutto il mondo), che dimostrano che sono altamente efficaci sia nella prevenzione delle infezioni che delle malattie gravi nelle aree in cui circola B.1.1.7. E in Israele, per esempio, dove l’80% della popolazione ammissibile è vaccinata (tutti con Pfizer), il conteggio dei casi sta precipitando, anche se si aprono scuole, ristoranti e luoghi di lavoro, suggerendo che i vaccini stanno impedendo le nuove infezioni, comprese quelle causate da varianti.

Vaccinati e infetti.

Le notizie di vaccinati che contraggono comunque la malattia vengono però diffuse. Nessun vaccino è infallibile e, anche se i vaccini COVID sono altamente protettivi, a volte le persone vaccinate vengono comunque infettate. Tuttavia, i casi in persone vaccinate sono molto rari, anche se le varianti stanno alimentando un’impennata nel conteggio dei casi in generale. Inoltre, i vaccini prevengono chiaramente i decorsi più gravi e l’ospedalizzazione nei pochi pazienti vaccinati che vengono infettati. Nessuno sa per certo quale sia il rischio di contrarre l’infezione dopo la vaccinazione ma abbiamo alcuni indizi.

Gli studi finora effettuati, su campioni più o meno grandi in tutto il mondo, sembrano indicare che un ciclo completo di vaccinazione dovrebbe mettere al riparo dalle varianti più conosciute (vedi), anche se quella sudafricana e la brasiliana destano ancora preoccupazione.

In ogni caso, a maggior ragione con percentuali di efficacia leggermente inferiori, diventa fondamentale, per raggiungere una certa immunità di gregge, massimizzare il numero di vaccinati.

Fonti.

https://www.nytimes.com/2021/04/15/well/live/covid-variants-vaccine.html

https://covid.cdc.gov/covid-data-tracker/#variant-proportions

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