Un “arsenale” per non arrivare impreparati ai prossimi virus

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Giocare d’anticipo contro l’avversario. Una strategia vincente che richiede la rapidità e la prontezza di mettersi in una posizione di vantaggio in previsione dell’azione successiva. Nello sport l’anticipo si gioca in una manciata di secondi, se non addirittura in una frazione di secondo, ma richiede una buona preparazione alla base. Non si improvvisa.

Anche con Covid-19 si sarebbe potuto giocare d’anticipo con farmaci in grado di arrestare la progressione della malattia, e con essa i ricoveri nelle terapie intensive e i numerosi morti che oggi hanno superato i 3 milioni nel mondo. Tuttavia, ad eccezione del remdesivir, sviluppato in origine per l’epatite C ed Ebola, non si aveva a disposizione alcun principio attivo abbastanza promettente da testare rapidamente sull’uomo. L’utilità del remdesivir contro Covid-19 si è poi rilevata limitata e solo nei pazienti ospedalizzati. Tuttavia puntare alla tempestività intercettando fin da subito una possibile soluzione da sperimentare aveva fatto la differenza in una situazione di emergenza.

Con la diagnosi dei primi casi Covid-19 sarebbe stato utile disporre di un “arsenale” di molecole identificate e studiate nei modelli animali contro un possibile coronavirus pandemico. L’idea di costruirlo in realtà c’era stata, nel 2003, con l’entrata in scena della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), la prima grande minaccia mondiale del Ventunesimo secolo. L’idea però è stata abbandonata perché non più prioritaria, racconta Elie Dolgin su Nature. Non si era infatti concretizzato – fortunatamente – lo scenario prospettato di una pandemia su scala globale. Ma il pericolo era stato così vicino “da indurre Robert Webster, un’autorità sull’influenza aviaria, a sollecitare scienziati e responsabili politici a prepararsi alla prossima epidemia. Una delle sue raccomandazioni principali fu di sviluppare e fare scorta di farmaci capaci di attaccare un’ampia gamma di patogeni virali”, continua il giornalista. “Tuttavia quando la minaccia della SARS scemò, l’interesse scomparve. E il mondo ne ha pagato le conseguenze”. E le sta pagando, oggi.

Lungimiranza

A far tornare l’interesse non è bastata nemmeno una seconda potenziale minaccia a distanza di nove anni, nel 2012, con l’arrivo di una parente stretta della SARS causata da un altro coronavirus: la MERS (Middle East Respiratory Syndrome). Anche allora, per la poca lungimiranza e oculatezza, non si è voluto affrontare in anticipo il problema dei rischi legati ai coronavirus in generale che causano gravi infezioni respiratorie e sono trasmessi dagli animali all’uomo.

È probabile che, nei prossimi 10-50 anni, un ipotetico SARS-CoV-3 comparirà senza preavviso. Per non farsi trovare nuovamente impreparati, le istituzioni, la comunità medico-scientifica e le aziende del farmaco stanno ragionando su iniziative e programmi di ricerca e sviluppo per la costruzione di questo arsenale. Per esempio i National Institutes of Health statunitensi stanno mettendo in piedi un progetto per lo sviluppo di farmaci contro le varianti di SARS-CoV-2 e altri virus con potenziale pandemico. “Una nuova coalizione sostenuta dalle aziende del settore prende di mira i virus dell’influenza e i coronavirus. E alcuni gruppi sperano di creare antivirali per altri patogeni, meno strettamente imparentati, che rappresentano un rischio di pandemia”, scrive Dolgin. “Questi progetti non partono da zero. Lo scorso anno c’è stata un’ondata di iniziative volte allo sviluppo di farmaci mirati contro SARS-CoV-2. Però, visto che nella sua storia l’industria farmaceutica si è concentrata in modo particolare solo su pochi virus (soprattutto l’HIV e quello dell’epatite C), continua a essere difficile trovare strumenti utili a combattere minacce note e potenziali”.

La pandemia è stata “una sirena d’allarme”, commenta John Young, direttore globale del reparto malattie infettive dell’azienda farmaceutica Roche a Basilea, in Svizzera. “È solo una questione di tempo prima che ne arrivi un’altra – continua – e come settore dobbiamo prepararci”.

La corsa agli antivirali

La sfida è innanzitutto abbandonare l’approccio tradizionale “un farmaco per malattia”. Parte della ricerca è focalizzata sulla messa a punto di farmaci antivirali in grado di colpire il virus stesso. Come per esempio farmaci che interferiscono con le molecole che guidano la trascrizione del materiale genetico virale nella cellula ospite e quindi arrestano la replicazione del virus. Tra questi il molnupiravir, inizialmente sviluppato contro l’influenza e riproposto contro il SARS-CoV-2. Attualmente è in fase di sperimentazione clinica avanzata. La sfida sarebbe quella di trovare un inibitore che funzioni con l’intera famiglia dei coronavirus già noti e molto probabilmente anche con quelli che potrebbero arrivare in un futuro più o meno lontano. Si tratta di identificare delle parti conservate delle proteine bersaglio all’interno della famiglia dei coronavirus affinché un farmaco messo a punto oggi possa funzionare su uno nuovo virus che potrebbe emergere domani. Trovare un “inibitore onnipotente che blocchi praticamente tutto” è arduo. Più ragionevole, spiega Dolgin, “sarebbe lo sviluppo di un farmaco contro un sottogruppo di coronavirus, per esempio gli alfacoronavirus, che oggi causano infezioni non letali negli esseri umani, e un altro farmaco diverso per i betacoronavirus, il gruppo responsabile di SARS, MERS e Covid-19”.

Un altro filone di ricerca punta invece a intervenire sulla biologia dell’ospite, cioè l’uomo, interferendo per esempio con le vie metaboliche degli esseri umani. Il vantaggio è che più difficilmente il virus sviluppa una resistenza agli antivirali che agiscono sui processi cellulari.

La ricerca di un vaccino universale

Sul fronte vaccini sta prendendo piede il programma ambizioso di svilupparne uno universale, pan-coronavirus. L’idea era già venuta a tre ricercatori statunitensi di fama internazionale con la minaccia della SARS e della MERS. Il National Institute of Allergy and Infectious Diseases statunitense, racconta John Coen su Science, aveva riconosciuto che si trattava di un piano “eccezionale” dandogli però un punteggio di bassa priorità nei finanziamenti perché apparentemente la famiglia dei coronavirus non rappresentava una minaccia reale: “L’importanza per lo sviluppo di un vaccino contro tutte le forme di coronavirus potrebbe non essere elevata”.

Ora che è tornata a essere una minaccia reale ha guadagnato posti nella lista delle priorità. Diversi gruppi di ricerca stanno percorrendo la strada di un vaccino universale pan-coronavirus che, inoltre, potrebbe rivolvere anche il problema più prossimo delle varianti di SARS-CoV-2 che continuano a emergere. Barney Graham, ricercatore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases che ha contribuito a sviluppare il vaccino mRNA COVID-19 di Moderna, condivide l’ottimismo sul vaccino universale. “Rispetto a quello per l’influenza e per l’HIV, sarà relativamente facile da realizzare”.

Priorità per la salute pubblica globale

Complessivamente, gli studi attuali ci suggeriscono che sviluppare un vaccino universale anti coronavirus è scientificamente fattibile, sottolinea un editoriale di Science. “Ma questo deve essere uno sforzo mondiale. È necessaria una tabella di marcia per delineare le questioni scientifiche fondamentali, nonché un quadro per il finanziamento e la condivisione di informazioni, dati e risorse. (…) Niente di tutto ciò può accadere fino a quando tutte le parti interessate, dai governi all’industria, dal mondo accademico alle organizzazioni non governative, non lo riconosceranno come una priorità di salute pubblica globale. Con Covid-19, gran parte delle basi è stata gettata. Aspettare fino al termine di questa crisi potrebbe rivelarsi un’occasione persa. Si stima che l’attuale pandemia finirà per costare tra gli 8 e i 16 trilioni di dollari a livello globale, circa 500 volte di più di quanto sarebbe necessario per prevenire la prossima pandemia”.

Altro capitolo che meriterebbe di essere affrontato con un certo anticipo è la gestione della distribuzione di un vaccino universale una volta sviluppato, testato e autorizzato. La Coalizione delle Innovazioni per la Preparazione alle Epidemie (CEPI) sta esplorando diversi scenari. I paesi si creeranno una propria riserva di vaccino universale per garantirsi una risposta rapida alla prossima epidemia? Oppure pianificheranno la produzione una volta che la minaccia diventerà concreta?

Altro quesito: a quale costo giocare d’anticipo per trovare un accordo sugli aspetti commerciali relativi alla proprietà intellettuale e sui brevetti di un vaccino sviluppato anche con fondi pubblici, che sono serviti a finanziare la ricerca, e per garantirne una distribuzione in tutti i paesi?

 

Bibliografia

 

 

 

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