Smart trial: dai laboratori alle case

È un anno che la pandemia ha cambiato i nostri rapporti sociali, il nostro modo di lavorare, di studiare, di curarci, alcune, poche, modifiche sono per il meglio.

Smart science.

Da un anno abbiamo lo smart working e lo smart learning, come se premettere “furbo” agli aspetti modificati della nostra quotidianità possa renderceli più sopportabili.

Di fatto, però, alcuni cambiamenti sono stati davvero per il meglio e in certi casi si è davvero riusciti a fare “di necessità virtù”.

È il caso dei trials clinici: dopo un primo shock, infatti, dopo che la pandemia ha costretto la chiusura di migliaia di trials, i ricercatori hanno trovato modi intelligenti per condurre studi sull’uomo a distanza, raggiungendo più persone, in modo rapido ed economico (vedi).

Ricerche d’emergenza.

Quando la pandemia ha colpito lo scorso anno, gli studi clinici hanno subito un duro colpo. Le università sono state chiuse e gli ospedali hanno rivolto la loro attenzione alla lotta contro la nuova malattia. Molti studi che richiedevano ripetute visite di persona con volontari sono stati ritardati o eliminati.

Secondo un’analisi, quasi 6.000 studi registrati su ClinicalTrials.gov sono stati interrotti tra il 1 ° gennaio e il 31 maggio, circa il doppio rispetto ai periodi non pandemici.

Bisogna anche tenere conto del fatto che molti di questi studi si basano sulla partecipazione di volontari e che spesso questi, durante la pandemia si sono trovati ad avere altre cose più pressanti a cui badare, come prendersi cura di altre persone.

Tuttavia, alcuni scienziati hanno trovato modi creativi per continuare la loro ricerca anche quando l’interazione faccia a faccia era intrinsecamente rischiosa. Hanno spedito farmaci, eseguito esami tramite chat video e chiesto ai pazienti di monitorare la propria salute a casa.

Molti scienziati affermano che questo passaggio agli studi virtuali era atteso da tempo. La pandemia ha solo reso l’evoluzione più rapida e necessaria. Se queste pratiche persistessero, potrebbero rendere gli studi clinici più economici, più efficienti e più equi, offrendo opportunità di ricerca all’avanguardia a persone che altrimenti non avrebbero il tempo o le risorse per trarne vantaggio.

“Abbiamo scoperto che possiamo fare le cose in modo diverso, e non credo che torneremo alla vita come la conoscevamo”, ha detto il dottor Mustafa Khasraw, oncologo medico e specialista in sperimentazioni cliniche presso la Duke University.

Tecnologie alla portata di tutti.

Per esempio, per il monitoraggio dell’ipertensione dell’Università del Michigan ha potuto continuare, anche se con alcune modifiche. In particolare, i ricercatori hanno abbandonato le visite di follow-up di persona, chiedendo invece ai partecipanti di utilizzare bracciali per la pressione sanguigna da portare a casa e di inviare foto delle letture tramite messaggio di testo.

Altri gruppi di ricerca hanno apportato modifiche simili. I neurologi del Massachusetts General Hospital di Boston hanno rinnovato uno studio pilota sul metilfenidato, il principio attivo del Ritalin, negli anziani con demenza lieve o deterioramento cognitivo. Invece di andare in ospedale ogni due settimane, i partecipanti ricevono ora i farmaci per posta, effettuano valutazioni cognitive in videoconferenza, giocano a giochi di ragionamento sui loro computer e completano sondaggi giornalieri a casa.

Decentramento.

Quando le visite di persona non possono essere eliminate, si è provveduto a ridurle o facilitarle. Per esempio, se prima della pandemia i laboratori di ricerca accentravano l’esecuzione di esami, come quelli del sangue, creando così le condizioni per possibili assembramenti, oggi accettano invece che i partecipanti agli studi effettuino gli esami in laboratori vicino a casa e poi discutono i risultati in videochiamata.

Il futuro.

È probabile che gli studi a distanza persistano in un’era post-pandemia, affermano i ricercatori. Ridurre le visite di persona potrebbe rendere più facile il reclutamento dei pazienti e ridurre i tassi di abbandono, portando a studi clinici più rapidi ed economici.

Il passaggio a studi virtuali potrebbe anche aiutare a diversificare la ricerca clinica, incoraggiando più pazienti a basso reddito e residenti in zone rurali a iscriversi, ha affermato la dott.ssa Hala Borno, oncologa dell’Università della California. La pandemia, ha detto, “ci permette davvero di fare un passo indietro e riflettere sugli oneri che abbiamo imposto ai pazienti da molto tempo”.

Gli studi virtuali non sono una panacea. Non tutti i monitoraggi possono essere effettuati a distanza, in particolare quelli che richiedono un impegno fisico, del paziente come del ricercatore, si pensi alle pratiche riabilitative.

I ricercatori dovranno inoltre garantire di poter monitorare a fondo la salute dei volontari senza visite di persona e tenere conto del fatto che non tutti i pazienti hanno accesso o si trovano a proprio agio con la tecnologia e, in alcuni casi, gli scienziati devono ancora dimostrare che i test a distanza sono affidabili: le case dei singoli sono ambienti incontrollati e introducono possibili variabili di disturbo di cui si dovrà tenere conto.

In ogni caso, il mondo della ricerca medica non sarà più lo stesso.

 

 

Fonti.

https://www.nytimes.com/2021/02/18/health/clinical-trials-pandemic.html

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