immunità di gregge

Si fa presto a dire immunità di gregge

Nel discorso vaccinazioni e immunità di gregge i dati a disposizione sono ancora troppo vaghi per avere certezze sul futuro della pandemia da COVID-19.

Efficacia dei vaccini.

I vaccini per la protezione contro la sindrome respiratoria acuta grave da coronavirus SARS-CoV-2 sono al primo posto dell’agenda della maggior parte dei responsabili politici con la seconda ondata di COVID-19 nei paesi dell’emisfero settentrionale e la crescente pressione sui sistemi sanitari. Per qualsiasi vaccino autorizzato, l’efficacia e la durata della protezione sono questioni fondamentali. È auspicabile un’efficacia dei vaccini per la protezione da infezioni superiore all’80%, ma la durata della protezione rimarrà incerta per un certo numero di anni dopo la licenza per i vaccini COVID-19. Prove preliminari suggeriscono una diminuzione dei titoli anticorpali in coloro che si sono ripresi dall’infezione da SARS-CoV-2, ma gli anticorpi sono solo una parte della risposta immunitaria umana e dell’immunità acquisita alla reinfezione o alla prevenzione delle malattie quando reinfettati.

I dati sull’immunità ad altri coronavirus suggeriscono che l’immunità a SARS-CoV-2 potrebbe essere di breve durata, forse 12-18 mesi e al momento non è noto se un’infezione passata prevenga il COVID-19 grave in caso di riesposizione a SARS-CoV-2.

Vaccini.

Attualmente sono 45 i vaccini COVID-19 candidati in sperimentazione clinica sugli esseri umani e dieci di questi vaccini sono in studi di fase 3 (vedi). Se anche alcuni risultati potrebbero essere annunciati prima della fine del 2020, e fossero soddisfacenti, la distribuzione su larga scala dei vaccini COVID-19 non potrà essere prevista prima della metà o addirittura della fine del 2021.

Lo sviluppo della struttura di un programma di immunizzazione all’interno del paese sarà cruciale, compresi la definizione delle priorità per la somministrazione della vaccinazione, la risoluzione dei problemi di distribuzione e l’incoraggiamento dell’accettazione da parte del pubblico.

Affrontare la diffidenza verso i vaccini richiederà buone strategie di comunicazione sul valore dell’essere protetti come individuo e sui benefici per la comunità nel ridurre la trasmissione virale.

Politiche governative.

Al di là delle sfide “logistiche”, come riportato su “the Lancet”, c’è meno chiarezza sullo scopo principale della vaccinazione di massa a breve termine. Serve per ridurre al minimo la mortalità netta all’anno o per massimizzare il numero medio di anni di vita guadagnati da un individuo che riceve il vaccino? Per massimizzare gli anni di vita media guadagnati, i calcoli devono essere effettuati utilizzando dati demografici ed epidemiologici. Per esempio, con i tassi di mortalità dei casi registrati nel Regno Unito durante la prima ondata di COVID-19 e con la demografia del Regno Unito, i ricercatori stimano che la vaccinazione di persone di età superiore a 70 anni nel Regno Unito salvi più vite rispetto a quelle di età compresa tra 50 e 70 anni. La ragione di ciò è il forte aumento dei tassi di mortalità dei casi nelle fasce d’età più anziane. Se le scorte di vaccino non potessero bastare a una copertura complessiva della popolazione, i governi dovrebbero quindi ridurre al minimo la mortalità a breve termine. I calcoli andranno ulteriormente aggiustati per quelle popolazioni la cui aspettativa di vita sia stata sì abbreviata della pandemia, ma indirettamente. Come i pazienti oncologici deceduti in più per insufficienza dell’assistenza sanitaria, dirottata sull’emergenza COVID-19. Una simile pianificazione, in condizioni di insufficienza delle scorte di vaccino, suona molto come “chi ha tirato la pagliuzza corta”, ma si dovranno fare scelte gravi, a mente fredda.

È presto per parlare.

La pianificazione delle politiche di vaccinazione sarà molto diversa in base al tipo di vaccino che si riuscirà a ottenere: in primo luogo andrà considerata la sua efficacia: se efficace al 100% la percentuale di popolazione che avrà bisogno del vaccino sarà inferiore che se efficace, per dire, al 70%.

Si deve poi considerare la durata della protezione garantita da un eventuale vaccino: se questa non sarà “a vita” le previsioni dovranno tenere conto della stabilizzazione della pratica vaccinale, delle dinamiche del virus e della possibilità di eradicarlo, ma solo dopo che saranno esclusi categoricamente gli eventuali effetti avversi alla ripetuta esposizione al vaccino.

E questo, solo il tempo ce lo potrà dire.

Fonti.

https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32318-7/fulltext

Photo by José Martín Ramírez Carrasco on Unsplash

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