Quando si muore, si muore soli

di Mario Nejrotti

 La frase de “Il Testamento”, canzone del 1968 del grande De Andrè, è profondamente vera: “Quando si muore, si muore soli”.

Quel terribile momento, che impieghiamo tutta la vita a rimuovere per continuare a vivere, quando il respiro si ferma e il cuore smette di battere, quando la luce scivola via dagli occhi e il torpore della coscienza diventa sempre più pesante, in quel momento i pensieri sfumano in un profondo silenzio e la solitudine è totale.

In presenza dell’incognito, l’ io non comunica più con nessuno.

La letteratura della morte è sterminata, ma a scriverla sono i vivi, che nulla sanno davvero di quel momento.

Nessuna esperienza diretta, nessuna sensazione comunicabile, nessuna cultura trasmissibile. Tutto ciò che è stato scritto e detto, per ora, si esaurisce prima, quando respiro, battito cardiaco, luce e coscienza sono ancora presenti.

E allora che cosa possiamo fare per lenire questa solitudine? Di sostanziale assolutamente niente.

Possiamo solo ritardare il più possibile l’inevitabile e rendere il percorso meno angosciante.

Possiamo, quando il pericolo, la sofferenza, l’angoscia sono più presenti e brucianti, mantenere vicinanze e affetti.

Questo dipende in parte da ciascuno di noi, in parte dai sanitari, dall’organizzazione, dall’intelligenza e duttilità dei sistemi di assistenza.

L’epidemia di COV2, oltre a tanti altri drammi, ha riportato a galla l’inevitabilità della caducità umana nella società occidentale opulenta e ingiusta, impegnata da almeno cinquant’anni a moltiplicare gli sforzi per cancellare la morte dalla cultura di massa.

Si può dire che non occorreva una pandemia per capire che la vita dell’uomo prima o poi si conclude e non ci si può fare nulla.

Non è così semplice, però, quando convivono paura e consapevolezza: quando ragione e sentimento sono indissolubilmente intrecciati.

È prudente e salutare non pensare troppo durante la vita al momento della morte o almeno addolcirlo, con speranza, rassicurazioni, affetto, compagnia; almeno così pensano in moltissimi.

Il COV2 ci ha tolto, fino ad ora, anche questa consolazione.

Se è incontrovertibile che quando si muore, si  muore soli, non era mai capitato nella storia recente del mondo occidentale che chi aspetta di morire, lo faccia disperatamente da solo.

E invece da quando infuria la pandemia, migliaia di persone sono morte e stanno morendo così, nelle RSA, nei reparti ospedalieri e nelle terapie intensive, senza poter scambiare neanche l’ultima occhiata, l’ultima carezza con quelli che restano e che amano.

La solitudine della morte è stata dilatata al tempo dell’attesa e dell’agonia.

Questo è orribile e disumano ed è stato coperto da una assurda omertà, che limita questo dramma a bollettini di numeri che crescono e decrescono.

Morire soli e disperati è l’evento più sconvolgente di questa situazione: molto di più della diffusione del virus e della sua capacità di infettare.

In attesa dell’affermarsi di cure e vaccini, anche e forse soprattutto su questo occorre lavorare per fare in modo che, in presenza o in assenza di una pandemia, nessuno in una fase critica di salute  o in una situazione terminale debba più attendere da solo il trapasso, in una sorta di crudele tortura, che cresce con il progredire della malattia.

Non fingiamo tutti di credere veramente che un tablet o una video chiamata possano surrogare il contatto umano.

Non illudiamo la gente e non illudiamoci, noi sanitari, di poter sostituire la presenza di un figlio, di una madre, di un congiunto. Noi possiamo offrire vicinanza, empatia, condivisione, con il massimo dell’impegno, della dedizione e dell’umanità, ma il malato sa bene che torneremo sempre, finito il turno o la giornata di lavoro, ai nostri interessi e affetti; necessariamente dimenticheremo fino al giorno successivo il “caso di Cesare e di Lucia”, nella migliore delle ipotesi, o del letto 36 e 85, nella peggiore, lasciandoli inevitabilmente e tragicamente soli.

E quindi bisogna lavorare per mantenere la presenza fisica dei loro affetti vicina ai pazienti gravi o a quelli che hanno comunque bisogno di assistenza continuativa.

Allontanare i parenti in maniera assoluta e non immaginare percorsi che permettano ai malati in fase acuta o critica di ricevere conforto è un’ottusa crudeltà organizzativa.

Gli operatori sanitari possono lavorare in sicurezza, se pure con grande fatica, nelle situazioni e nei reparti “sporchi”, o in quelli puliti che necessitano di massima attenzione all’eventuale contagio, come i chirurgici o gli oncologici.

Sarebbe veramente così difficile organizzare in altrettanta sicurezza la presenza volontaria di una persona nei periodi più complessi e seri del ricovero, quando un sorriso e la vicinanza di un congiunto, di un amico, possono migliorare la situazione psicologica e lenire le fasi depressive più acute?

Certamente ci saranno difficoltà e potranno insorgere complicazioni, come per tutte le organizzazioni e le scelte: occorrerà valutare il rischio e il beneficio legati ai diversi scenari. L’aumento di serenità di un paziente grave, però, ha un peso specifico sicuramente più rilevante del rischio di dover isolare un congiunto per un ipotetico e relativamente improbabile incidente di percorso.

Ai responsabili dell’organizzazione nelle strutture di ricovero, a quelli della sicurezza sul lavoro di operatori, malati e visitatori, ai comitati etici e alla deontologia l’onere di immaginare, riflettere, decidere e assumersi in definitiva la responsabilità delle scelte, tenendo presente prima di tutto il bene dei pazienti.

 

Photo by Federico Giampieri on Unsplash

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