La tecnocrazia sta sostituendo la democrazia?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Mentre il 2020 volge al termine, sta accadendo qualcosa nelle nazioni più colpite da COVID-19 che merita alcune riflessioni. Cioè l’evoluzione delle democrazie in tecnocrazie”. Con queste parole Richard Horton, direttore del Lancet, inizia un suo editoriale intendendo per tecnocrazia “una forma di governo in cui coloro che detengono il potere politico sono nominati sulla base della loro esperienza scientifica”. È infatti innegabile che con la pandemia la scienza abbia assunto un ruolo principe nei processi decisionali. Un ruolo più volte reclamato in passato per una politica basata sulle prove e guidata anche dalle competenze scientifiche – ma che ora in mano ai governi delle democrazie occidentali già in crisi rischia di essere trasfigurato e manipolato.

Alla scienza non viene richiesto di dettare l’agenda della politica ma di contribuirvi informando, fornendo prove e condividendo ipotesi. Andrebbe trovato un giusto equilibrio tra ricerca della verità e cognizione dell’incertezza, tra politica e scienza che non può prescindere dal dialogo, dalla condivisione di un tavolo di lavoro. Il documento Understanding our political nature redatto dal Centro Comune di Ricerca della Commissione europea, e pubblicato lo scorso anno, concludeva che “nel nuovo ambiente dell’informazione caratterizzato da disinformazione, pubblicità politica mirata o fake news, il ruolo delle prove e della competenza scientifica deve essere sostenuto su basi sia politiche sia scientifiche. Il principio di informare la politica attraverso le prove potrebbe essere riconosciuto come un elemento chiave della democrazia e dello stato di diritto. Analogamente, sarebbe giustificato concepire le istituzioni scientifiche indipendenti come parte dei ‘pesi e contrappesi’ della democrazia”.

I vincoli, le contraddizioni e i rischi

Ma lo scenario descritto dal direttore del Lancet è diverso. “Gli scienziati non hanno creato questa pandemia; non chiedevano di essere servi del processo decisionale politico. Al contrario, molti di coloro che si sono trovati davanti alle telecamere apparivano profondamente a disagio. Molti hanno dovuto subire attacchi del tutto ingiustificati anche nei media più libertari. Tuttavia una volta sviluppata la risposta alla pandemia, è diventato fin troppo chiaro che il lavoro degli scienziati aveva posto un forte vincolo all’azione politica. Ora presidenti e primi ministri temono di uscire dai confini fissati dalla scienza. La tecnocrazia sta sostituendo la democrazia”.

“Ma il campo d’azione della scienza va oltre la gestione quotidiana dell’epidemia” continua Horton. E per spiegarlo cita il libro del filosofo Tzvetan Todorov, In Defense of the Enlightenment, che apre una riflessione sui principi fondatori della modernità occidentale e sull’universalità dei valori emersi nell’Illuminismo. Per Todorov i termini chiave dell’illuminismo sono: primo l’autonomia, “dare priorità a ciò che gli individui decidono da soli” e cercare “la totale libertà di esaminare, interrogare, criticare e sfidare dogmi e istituzioni”; secondo l’umanesimo, “gli esseri umani dovevano dare un significato alle loro vite terrene”; e terzo, l’universalità da cui deriva la richiesta di uguaglianza.

Il motore dell’Illuminismo è stata la conoscenza la cui emancipazione ha aperto la strada allo sviluppo della scienza. Ma come lo stesso Torodov riconosce in una sua lettera: “Per molto tempo ho soggiaciuto al fascino del pensiero illuminista, di cui non mi sono mai nascosto la complessità, la varietà, le contraddizioni e le insufficienze, ma del quale approvavo senza riserve il progetto globale”. Una di queste contraddizioni potrebbe essere proprio quella di una scienza facilmente corruttibile in scientismo tanto da diventare, riflette il direttore del Lancet, “una distorsione dell’Illuminismo, il suo nemico non il suo avatar”.

Il bilanciamento dei poteri

“Il pericolo sopraggiunge quando le scelte politiche sono equiparate a deduzioni scientifiche, quando il bene deriva solo dalla verità” scrive Horton. “In quel momento, una società arriva a credere che il mondo sia completamente conoscibile. Si cercano esperti non solo per fissare obiettivi politici, ma anche per formulare norme morali. In quel momento, la democrazia è in pericolo”.

La scienza si renderà utile e necessaria anche una volta superata l’emergenza pandemica per far fronte alla crisi post-COVID. Horton si chiede se “la tecnopolitica di nuova concezione sarà in grado di adattarsi ai bisogni di una cittadinanza malconcia”. Se da un lato la tecnocrazia ha il merito di correggere la manipolazione di una politica che sfrutta il malcontento dei cittadini e divide le nazioni, dall’altro rischia di essere a sua volta sfruttata e manipolata. “Con una classe politica degradata e diffidente, il passaggio del potere alla scienza potrebbe rivelarsi una pericolosa sovversione di ciò che resta dei nostri valori democratici atrofizzati”, conclude Horton. Il pericolo non sta nello strumento in sé ma nell’uso che ne viene fatto, nella discrepanza tra il potere strumentale di cui disponiamo e la debolezza (o opportunismo) delle finalità per cui usarlo.

Fonte
Horton R. Offline: The coming technocracy. Lancet 2020; 396:1869.

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