Neanderthal

La rivalsa del Neanderthal

Un carattere genetico ereditato dai Neanderthal potrebbe garantire una certa protezione dagli effetti più dannosi del COV-2.

Antichi progenitori.

L’abbiamo studiato alle elementari: l’uomo di Neanderthal è un nostro progenitore, affine all’Homo sapiens, vissuto nel Paleolitico. Se una volta si riteneva che i due ominidi fossero specie separate e antagoniste e che il Sapiens avesse soppiantato l’altro, oggi questa concezione è molto più sfumata e abbiamo prove genetiche della commistione delle due specie, da cui sarebbero risultati alcuni caratteri genetici presenti nell’essere umano ancora oggi.

Tratti ereditari.

Recentemente, è stato dimostrato che il principale fattore di rischio genetico associato all’ammalarsi gravemente di sindrome respiratoria acuta grave coronavirus COVID-19 quando infettati da SARS-CoV-2 è ereditato dall’uomo di Neanderthal (vedi). Questa ricerca ha dato l’avvio a nuovi e più ampi studi sull’associazione tra geni e malattia. Indagini che consentono ora di scoprire ulteriori fattori di rischio genetico. Utilizzando i dati della società Genetics of Mortality in Critical Care (GenOMICC), i ricercatori hanno individuato una combinazione di varianti alleliche (aplotipo) lungo il cromosoma 12, che è associato alla necessità di cure intensive quando infettati dal virus, anch’essa ereditata dal Neanderthal (vedi).

Questo carattere del cromosoma 12 esprime le proteine ​​che attivano gli enzimi importanti durante le infezioni da virus a RNA.

Resistenze di lunga data.

Sono diversi i caratteri genetici protettivi che possiamo aver ereditato dall’uomo di Neanderthal, alcuni di questi contributi possono riflettere adattamenti agli ambienti in cui questi visse al di fuori dell’Africa per diverse centinaia di migliaia di anni. Durante questo periodo, è probabile un adattamento alle malattie infettive, che sono noti per essere forti fattori selettivi e che possono, almeno in parte, differire tra l’Africa subsahariana e l’Eurasia. In effetti, è stato dimostrato che diverse varianti genetiche arcaiche apportate agli esseri umani moderni influenzano i geni coinvolti nel sistema immunitario. In particolare, varianti in diversi loci contenenti geni coinvolti nell’immunità innata provengono dall’uomo di Neanderthal e da quello di Denisova (vedi), per esempio varianti del gene del recettore toll-simili che riducono la suscettibilità all’infezione da Helicobacter pylori e il rischio di allergie.

In contrasto con l’aplotipo “vulnerabile”, che aumenta il rischio di sviluppare una COVID-19 grave, queste nuove versioni (alleli) dei geni del cromosoma 12 sono protettive contro i decorsi più gravi della malattia (si parla di una riduzione del 22% della necessità di cure intensive). Questo aplotipo è significativamente diffuso in tutto il mondo fuorché in Africa, con percentuali del 25-30% in Eurasia e Americhe, con punte del 50%.

Si è anche valutato che, tra gli antichi genomi umani nell’Eurasia occidentale, la frequenza dell’aplotipo protettivo di Neanderthal potrebbe essere aumentata tra 20.000 e 10.000 anni fa e di nuovo negli ultimi 1.000 anni.

Un custode silenzioso e perseverante.

Secondo i ricercatori, l’aplotipo di Neanderthal sul cromosoma 12 potrebbe quindi essere stato vantaggioso per gli esseri umani moderni in tutta l’Eurasia, già in diverse epidemie che abbiano coinvolto virus a RNA, visto che la sua espressione protettrice è stata trovata valida per almeno tre virus a RNA (virus del West Nile, virus dell’epatite C, SARS-CoV).

Fonti.

https://www.nature.com/articles/s41586-020-2818-3?fbclid=IwAR252fqARfe7JOKGPixlf7eY_wFBjsJgT4b_XC30RV8EigD8kMXZSzeySNE

https://www.pnas.org/content/118/9/e2026309118

Photo by Crawford Jolly on Unsplash

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter