La gravidanza all’epoca del COVID-19

di Maria Rosa De Marchi

Tra le categorie di pazienti che continuano, nonostante l’emergenza sanitaria causata dall’epidemia di COVID-19, ad avere necessità di analisi e di regolari visite ambulatoriali, nonché di assistenza in eventuali situazioni di emergenza, vi sono le donne in gravidanza. Se una donna in gravidanza si ammala di COVID-19, i professionisti sanitari si trovano dunque ad avere a che fare con due pazienti: la futura madre e il feto.

La direzione della ricerca, quindi è orientata sia verso la comprensione delle conseguenze del SARS-CoV-2 sulla futura madre, ma anche l’impatto sul nascituro, con la consapevolezza anche altri tipi di virus, tra cui Zika, citomegalovirus e l’agente della rosolia, sono in grado di provocare gravi malformazioni1. Uno studio pubblicato a luglio ha mostrato che il feto può subire infezione in uno stadio avanzato della gravidanza, anche se le infezioni sembrano manifestarsi raramente1.

Gravidanza e infezione da SARS-CoV-2

È ancora troppo presto, secondo gli studiosi, essere certi che con una infezione al primo trimestre non si manifesteranno conseguenze per il feto. In uno studio, che ha incluso circa 700 donne in gravidanza ricoverate in ospedali newyorkesi per partorire, è stato osservato che 71 bambini nati da madri che avevano contratto il SARS-CoV-2 non avevano a loro volta contratto il virus.

Un altro studio, pubblicato su eLife, suggerisce che il virus non sia facilmente in grado di invadere la placenta, dal momento che le cellule della placenta raramente esprimono simultaneamente due molecole necessarie al virus per penetrare all’interno delle cellule dell’ospite: ACE2, un recettore di membrana e TMPRSS-2, un enzima che attiva il virus dopo il legame con ACE21.

L’infezione con il SARS-CoV-2 della futura madre, ad ogni modo, potrebbe influenzare o compromettere la crescita del feto. Per confermare o smentire questa possibilità, però, sarà necessario attendere del tempo per avere nuovi dati da analizzare. Non è chiaro, inoltre, l’impatto della rivoluzione dei sistemi sanitari, ancora in atto e focalizzata sulla necessità di supportare i pazienti COVID-19, sul parto.

Nascite premature

Uno studio statunitense ha riportato una diminuzione del 25% dei parti pretermine durante la pandemia di COVID-19, rispetto a un periodo simile pre-pandemia2. La diminuzione è stata particolarmente significativa per quanto riguarda le nascite molto premature (diminuzione del 49% per le gestazioni <34 settimane e diminuzione del 63% per le gestazioni <28 settimane), che hanno maggiore rischio di morbidità neonatale e mortalità2. Le ragioni, secondo i ricercatori, non sono chiare e richiedono ulteriori studi, anche se potrebbe essere possibile fare diverse ipotesi: in particolare, una riduzione degli orari lavorativi, una riduzione dello stress emotivo o fisico, la possibilità di essere a casa e con il supporto dei familiari, migliore alimentazione e la possibilità di avere tempo per fare esercizio fisico.

Diagnostica prenatale in epoca COVID-19

Nel corso degli ultimi anni la diagnostica prenatale ha effettuato enormi passi in avanti, portandosi dietro anche profonde implicazioni sul lato etico. Effettuata inizialmente tramite il cariotipo, la diagnosi prenatale ora comprende diversi strumenti di analisi, tra cui l’utilizzo di micro-Array (Array – Comparative Genomic Hybridization o Array-CGH, tecnica sviluppata per identificare anomalie cromosomiche di tipo numerico o aneuploidie, a carico dei 22 autosomi , cromosomi dal nr. 1 al nr. 22, e dei cromosomi sessuali X e Y. NDR), fino al potenziale sequenziamento dell’intero esoma fetale, sia con sistemi invasivi sia per mezzo di strumenti di diagnosi non invasiva. I test di questo ultimo tipo portano benefici in termini di minori rischi di aborto, rischio presente in caso di diagnosi invasiva, ma portano anche a potenziali incertezze nell’affidabilità dei risultati3. Alcuni genitori desiderano sapere quante più informazioni possibili in epoca prenatale, ma la potenziale incertezza dei risultati potrebbe allo stesso tempo aumentare i livelli di ansia e complicare i processi decisionali correlati alla gravidanza, sia per i genitori che per i professionisti sanitari.

Per quanto riguarda il periodo di pandemia, anche le dinamiche di screening prenatale hanno subito delle modifiche. Sono stati pubblicati diversi studi che analizzano situazioni locali e sono quindi attese revisioni sistematiche sull’argomento per comprendere eventuali trend. Uno studio condotto in Sardegna si è occupato di paragonare il numero di procedure effettuate dal 10 marzo al 18 maggio 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, osservando che, nonostante il continuo declino delle nascite, è stato possibile registrare un aumento del 20% del test combinato del I trimestre e un leggero aumento delle procedure invasive (come il prelevamento dei villi coriali)4.

 

Bibliografia

  1. Wadman M. COVID-19 unlikely to cause birth defects, but doctors await fall births. Science 07 Aug 2020: Vol. 369, Issue 6504, pp. 607.
  2. Berghella V et al. Decreased incidence of preterm birth during coronavirus disease 2019 pandemic. Am J Obstet Gynecol MFM. 2020 Nov; 2(4): 100258.
  3. Richardson A et al. Ethical considerations in prenatal testing: Genomic testing and medical uncertainty. Semin Fetal Neonatal Med . 2018 Feb;23(1):1-6. doi: 10.1016/j.siny.2017.10.001. Epub 2017 Oct 13.
  4. Monni G et al. Prenatal screening diagnosis and management in the era of coronavirus: the Sardinian experience. J Perinat Med . 2020 Nov 26;48(9):943-949. doi: 10.1515/jpm-2020-0208.

 

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