LA FATICA DEL MEDICO È UN RISCHIO PER IL PAZIENTE

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

“Essere sposati ad un medico pieno di impegni può far sì che tu debba giocare nel ruolo del genitore solo”. Sì, madre o padre priva di coniuge, alle prese con la crescita dei figli, con le incombenze quotidiane, con il dovere di fare la spesa e di cucinare. Senza che i vicini di casa, aggiunge Mandy Silveira nel blog KevinMD, siano mai riusciti a vedere tuo marito alla luce del sole. Il post ha avuto una cinquantina di commenti ed è stato condiviso quasi mille e cinquecento volte sui social media, a testimonianza dell’interesse per un argomento difficile: la complessità del vivere da medico riguarda sì il diretto interessato (o la diretta interessata) ma anche le persone che a lui – o a lei – vivono vicine.

Nel marzo scorso, lo stesso blog aveva rilanciato l’immagine di un medico di pronto soccorso che si era abbandonato al pianto vicino al muro di un parcheggio di un ospedale californiano, dopo la morte di un bambino che – come spesso impropriamente si dice – “non era riuscito a salvare”.  Quell’episodio aveva sollevato una discussione ancora più intensa, un dibattito in cui si erano confrontate posizioni molto diverse, alcune delle quali sono state riprese e sintetizzate in un post su un blog italiano. Non è detto, a farla breve, che al medico sia consentito piangere.

Eppure, i motivi per abbandonarsi allo scoraggiamento non mancherebbero. Un documento, appena pubblicato curato dal Royal College of General Practitioners, ha provato a sistematizzare le ragioni e le possibili soluzioni di un problema che inizia a rappresentare un rilevante fattore di rischio per la sicurezza dei pazienti: la fatica patita dal medico e il carico di lavoro al quale è normalmente sottoposto. Tra il 2008 e il 2014, in Gran Bretagna, il numero di visite svolte dal medico di medicina generale è aumentato del 19 per cento. Anche la complessità dei casi clinici è cresciuta e aumenterà ancora, dal momento che il numero di pazienti con multi-morbilità sarà nel 2018 il 53 per cento maggiore rispetto a quanto si osservava nel 2008. Considerando che un più intenso impegno clinico si aggiunge il carico di lavoro burocratico, il quadro diventa davvero allarmante.

L’assistenza sanitaria è un’industria critica dal punto di vista della sicurezza”, sottolinea il documento: se qualcosa va storto, qualcuno può soffrire danni molto gravi o addirittura perdere la vita. Non diversamente da ambiti come l’aviazione, l’edilizia o l’estrazione di gas o petrolio, tutti comparti dove sono state prese contromisure precise e efficaci per garantire la protezione delle persone coinvolte. Diversamente, in campo sanitario il medico ha la sensazione di essere lasciato solo, soprattutto con la sua stanchezza e col senso di affaticamento da lui provato.

Nei settori industriali a maggior rischio per la sicurezza, la soglia di rischio è determinata dalla valutazione di quattro elementi, sintetizzati nell’acronimo HALT: Hungry, Angry, Late, Tired. Il senso di fame, di irritabilità, di essere sempre in ritardo e, per l’appunto, la stanchezza: ecco i quattro indicatori che dovrebbero far suonare il campanello di allarme anche per il medico. Quest’ultimo è sempre più sotto pressione, per le aumentate aspettative di un paziente sempre più esigente; per la difficoltà dei casi; per l’aumento del numero dei pazienti assistiti; per la riduzione delle risorse a disposizione delle cure primarie; per le attività di valutazione del suo operato da parte delle istituzioni; per la crescente domanda di una disponibilità continuativa del medico lungo l’intera settimana. Il burnout – in altri termini, l’esaurimento psico-fisico personale – è l’esito naturale della mancata risposta ad un progressivo affaticamento. Un’indagine condotta sui medici inglesi ha evidenziato che il 46 per cento dei professionisti si dichiara esausto per un eccessivo carico emotivo e uno su tre si sente inadeguato.

Che fare? Considerare ogni possibile riduzione degli impegni che possano aumentare la pressione professionale: in primo luogo, semplificare procedure e percorsi amministrativi. Secondo: limitare il numero di pazienti visitati quotidianamente. Terzo: contenere il numero di ore di lavoro dello staff clinico. Ancora: prevedere delle pause, anche brevi, che possano alleggerire la pressione e dare un po’ di respiro: servono per migliorare la concentrazione e l’efficacia della prestazione professionale. Quinto: ripensare ai criteri di giudizio del “bravo professionista”, perché non sempre il mantra del “mettere il paziente al centro”  si traduce in un beneficio per il malato stesso. Talvolta, in altri termini, è opportuno che il medico pensi a se stesso, anche nell’interesse dei suoi assistiti. Sesto: ridurre gli obblighi contrattuali del medico di medicina generale nei confronti delle istituzioni. Infine: valutare con attenzione l’impatto delle novità introdotte nel sistema sanitario sul carico di lavoro del medico di cure primarie.

Alcune “soluzioni” sembrano più facilmente praticabili, altre meno. Chissà che, mettendone in atto qualcuna, non sia possibile per i vicini di casa capire finalmente che faccia ha la moglie medico di quel papà così bravo a tirar su i figli da solo…


Bibliografia

Royal College of General Practitioners. Patient safety implications of general practice workload. July 2015.

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