La depressione non si sconfigge a parole. Ma le parole contano

La depressione è tra le prime cause di disabilità a livello mondiale e colpisce nelle sue varie forme oltre 3 milioni di pazienti. La prevalenza è femminile. Circa 2 milioni di donne ne soffrono. 
Si tratta di una piaga sociale che coinvolge il piano economico, familiare e ha impatto sulla sopravvivenza: per ogni paziente sono coinvolti almeno 2-3 familiari e si genera un altrettanto rilevante costo diretto. A questo si aggiunge un alto livello di mortalità per suicidio. Più del 90% dei casi totali sono infatti associati a disturbi mentali (depressione e abuso di sostanze).

La campagna di Jansenn Italia
Janssen Italia lancia la campagna “La depressione non si sconfigge a parole”, un progetto che si avvale del patrocinio di Società italiana di psichiatria (Sip), Società italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf), Società italiana di Psichiatria sociale (Sips), Società italiana di Medicina generale e delle cure primarie (Simg) e dei rappresentanti dei pazienti Osservatorio Onda, Progetto Itaca onlus e Cittadinanzattiva Aps. 
La campagna di articola su due canali, la pagina Facebook abcdepressione e il sito web www.abcdepressione.it
L’obiettivo: raggiungere e aiutare in un anno 1,5 milioni di malati e oltre 4 milioni di caregiver in Italia.
“Il claim della progetto nasce proprio dalla necessità di diffondere questa presa di coscienza, giocando in maniera originale sul contrasto fra il vissuto del paziente e le esortazioni che in buona fede vengono offerte dalle persone che lo circondano, per comunicare, anche visivamente, quanto possano essere travisati la natura e l’impatto di questa patologia”,
(Fonte: https://www.abcdepressione.it/it/materiali).

Un punto di vista importante sul valore delle parole quello di Janssen Italia, l’azienda farmaceutica del Gruppo Johnson & Johnson che comunque in questi mesi sta lavorando per l’affermarsi di un nuovo farmaco, già approvato da EMA e FDA, per le urgenze depressive.

Siamo sicuri che siano solo parole?
Il progetto di comunicazione si basa effettivamente sull’esplorazione ed esibizione critica del linguaggio comune applicato al disturbo con alcune parole chiave che spesso stigmatizzano la malattia e i comportamenti ad essa legati: volontà, stanchezza, reazione. 
Tuttavia lascia incerti il titolo del progetto: la depressione non si sconfigge a parole. 
Le parole dal punto di vista psichico ed emotivo sono strumenti potenti e spesso letali- come sanno bene gli psicopatologi del linguaggio e gli studiosi di linguistica medica.
Più in generale sappiamo che il discorso nella malattia è centrale, ed anzi nelle fasi di acuzie la malattia può coincidere proprio con il discorso patologico. 
La malattia in alcuni momenti manifesta la necessità di esprimere parole o di ascoltare parole vere. Il concetto di verità non attiene al piano del rapporto tra realtà e finzione, ma alla veracità della parola offerta. 
Quindi proprio la parola dà corpo non alla guarigione- di certo- ma al processo di avvicinamento con l’altro, dà fisicità alla relazione. 
Lo dice in modo netto e chiaro Lacan quando ci ricorda che non c’è esperienza umana che non sia esperienza di parola.
Queste riflessioni a margine del progetto di comunicazione di Janssen inducono una riflessione: nel disturbo psichico, e non solo, diciamo pure in tutte la condizioni patologiche, la parola ha un grande ruolo perché eredita e sedimenta il dolore, la frustrazione, l’annientamento. Fino talvolta a sospendere la produzione di suoni articolati: lo stato di silenzio. 
Ma il percorso che segue la condizione di malattia non dimentica la centralità dell’atto della parola nell’enunciazione e nell’ascolto.
La parola quindi, e nella sua organizzazione il discorso, è la culla dell’evoluzione – involuzione psichica.
Cioè il tavolo di trattazione tra la psiche e il dolore. 
Quindi proprio le parole hanno una forza dirompente nella malattia. Fino ad innescare un potenziale progressivo incremento di qualità di vita. 
Queste considerazioni interrogano il titolo della campagna: la depressione non si sconfigge a parole.
Ma forse le parole contano? E pesa la loro scelta?
Da lì si parte per contenere lo sventramento dell’anima. Come una rete chirurgica opportunamente inserita nell’organo vitale. 
Sarebbe forse utile ripensarle-queste parole- non come armi inefficienti in una battaglia corpo a corpo ma come risorse concrete.

 

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