Il passaporto vaccinale: secondo etica o necessità?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

L’esigenza ormai è quella di tornare gradualmente alla normalità a mano a mano che la campagna vaccinale procede. In quest’ottica molti paesi si stanno attrezzando per introdurre un passaporto che attesti l’avvenuta vaccinazione o che non si è veicolo di contagio. Una certificazione che permetta, entro determinati periodi, di poter circolare liberamente o partecipare ad attività sociali specifiche fino ad oggi precluse o contingentate per contrastare la diffusione del virus e prevenire i contagi. Il tutto senza obbligo di quarantena o di test che provino la negatività al virus.

Estonia e Polonia hanno già iniziato a testare i “passaporti vaccinali” anche se in una forma per ora abbastanza ridotta. È di pochi giorni fa la notizia dell’introduzione in Danimarca del “corona pass”, con validità limitata, che viene rilasciato a chi ha ricevuto entrambe le dosi del vaccino, a chi è risultato negativo al tampone effettuato nelle precedenti 72 ore, o ha già contratto il virus.

A metà marzo la Commissione europea ha presentato la proposta di un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione sicura dei cittadini nell’Unione europea durante la pandemia di Covid-19. Le autorità nazionali sono responsabili del rilascio del certificato da parte, per esempio, dagli ospedali, dei centri di test o delle autorità sanitarie. Anche gli Stati Uniti si stanno attrezzando in tal senso per rendere più sicuri i viaggi e i trasferimenti. La proposta sta diventando realtà, secondo l’agenzia Axios.

 

Dalla teoria alla pratica

Il senso dei passaporti vaccinali o di certificazioni analoghe è quello di personalizzare una serie di restrizioni che limitano la libertà e le attività sociali sulla base di un rischio verificabile. Sul New England Journal of Medicine, Mark Hall e David Studdert, professori di diritto sanitario rispettivamente alla Wake Forest University e alla Stanford University, scrivono che il cosiddetto “tailoring non è un obiettivo controverso: è stato a lungo un principio centrale nell’ambito dei diritti civili e della salute pubblica. Tuttavia l’adozione di passaporti vaccinali Covid-19 per personalizzare le restrizioni non è diffusamente accettata”.

Il passaporto vaccinale solleva infatti una serie di interrogativi, e altrettante perplessità. Chi si oppone considera che, innanzitutto, servirebbe una regolamentazione internazionale che riconosca un documento con caratteristiche comuni. Inoltre, andrebbero chiariti bene il valore e il senso di questa certificazione. Essere vaccinati non implica infatti non essere veicolo di contagio: è stato dimostrato che il vaccino protegge da livelli gravi di malattia e non dall’infezione ‒ e quindi dalla possibilità di infettare altre persone. Quindi non è ancora ben nota l’entità della protezione conferita dalla vaccinazione, in particolare contro le nuove varianti. “I dati scientifici disponibili suggeriscono che i vaccini contro il Covid-19, anche se bloccano i sintomi della malattia, non impediscono completamente la trasmissione del virus. Si limitano a rallentarla. Di conseguenza la giustificazione scientifica che è alla base della proposta sembra discutibile”, scrivono su Le Monde Alberto Alemanno e Luiza Bialasiewicz, specialisti in studi europei.

A questo si aggiunge il problema della privacy dei dati. Per esempio, il database francese Vac-Si registra i nomi delle persone vaccinate ma le finalità definite dal testo non prevedono che questo elenco di nomi sia usato per limitare gli spostamenti degli individui.

 

Dai privilegi alle discriminazioni

Un’altra perplessità chiama in causa il principio di equità. Le dosi di vaccino sono contate e la campagna vaccinale procede, più o meno speditamente a seconda del paese, seguendo delle liste di priorità. Ad oggi solo una minoranza della popolazione ha avuto il privilegio di essere vaccinato. Come scrive Le Monde il passaporto vaccinale rischierebbe di mettere i suoi ideatori di fronte alle disuguaglianze nella campagna di vaccinazione tra i vari paesi e all’interno degli stessi. “Infatti oltre alla ‘selezione’ degli europei in funzione del luogo in cui vivono, ci sono differenze importanti tra gli stati membri sulla strategia di vaccinazione”, affermano Alemanno e Bialasiewicz.

Al momento il passaporto vaccinale è dunque un privilegio di chi rientra nelle categorie a più alta priorità. E i restanti? E chi per ragioni di salute o di disuguaglianze non potrà essere vaccinato? “In primo luogo, finché l’offerta di vaccini è limitata, privilegiare le persone che hanno la fortuna di essere vaccinate per prime è moralmente discutibile”, scrivono gli statunitensi Mark Hall e David Studdert. “Anche quando avremo una maggiore disponibilità di vaccini, probabilmente i tassi di vaccinazione rimarranno sproporzionatamente bassi tra le minoranze razziali e le popolazioni a basso reddito. Se la storia è una guida, i programmi che conferiscono privilegi sociali sulla base del ‘fitness’ possono dar luogo a ingiuste discriminazioni”. Privilegiare i vaccinati con un passaporto vaccinale penalizzerà anche le persone con obiezioni alla vaccinazione di natura religiosa o filosofica.

Un divieto ingiustificato

Anche l’opinione pubblica è divisa tra favorevoli e contrari, come già emerso in un sondaggio dello scorso anno sull’introduzione di un passaporto di immunità certificata con il test sierologico. “Le opinioni contrastanti e la vasta gamma di argomentazioni suggeriscono che sarebbe precipitoso ‒ ed estremamente improbabile negli Stati Uniti ‒ adottare una politica governativa ufficiale che richieda un uso diffuso dei passaporti vaccinali”, scrivono Hall e Studdert. “Ma di contro, riteniamo che le obiezioni sollevate non giustifichino il divieto di qualsivoglia utilizzo della certificazione dei vaccini (come qualcuno ha proposto). L’accesso ai vaccini sta aumentando rapidamente, con sforzi eccezionali per raggiungere i gruppi svantaggiati. Sebbene sia necessaria una maggiore comprensione della natura e del grado di immunità conferita dal vaccino, sembra abbastanza chiaro che con il vaccino il rischio, specialmente per le malattie gravi, sia drasticamente ridotto. I meccanismi per una certificazione affidabile e accurata sono importanti. Ma lo sviluppo di tali meccanismi è in gran parte una questione tecnica ‒ che stanno affrontando alcune importanti aziende tecnologiche ‒ e non dovrebbe bloccare completamente una politica altrimenti sensata”.

La politica dovrebbe guidare l’implementazione di questi passaporti tenendo in considerazione che il confine tra ciò che è accettabile o ottimale cambia a seconda del contesto. Prioritario è stabilire degli standard per una documentazione affidabile della vaccinazione. Riferendosi agli Stati Uniti, i due colleghi di diritto sanitario considerano che questi standard emergeranno relativamente presto dai partenariati pubblico-privato nel settore dei viaggi, per poi diffondersi ad altri contesti.

L’obiettivo non è l’eliminazione del rischio ma una sua graduazione, sapendo che l’evolvere della pandemia e delle conoscenze imporrà dei continui cambi o aggiustamenti di direzione. L’anno passato ha insegnato che le politiche cambiano all’evolvere della pandemia: quello che è ragionevole oggi non lo sarà probabilmente domani. Per Hall e Studdert la parola chiave è “flessibilità”. L’etica e la logica delle politiche per i passaporti vaccinali sono destinate a cambiare con il crescere del numero dei vaccinati e delle prove scientifiche su efficacia o limiti. Per esempio sarà fondamentale determinare quanto dura l’azione dei vaccini, come agiscono e quanto essi proteggono dalle nuove varianti. “Ma sapere che inevitabilmente andremo incontro a dei cambiamenti non è motivo per frenare un processo almeno finché non si chiariscono le circostanze. Quelle attuali richiedono politiche immediate che offrano un ragionevole margine di manovra per bilanciare la protezione della salute pubblica con un ritorno alla vita pre-pandemia”.

 

Bibliografia

 

 

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