Il lavoro oscuro dei laboratori d’analisi, in tempo di pandemia

I laboratori d’analisi stanno facendo fronte a un superlavoro dall’inizio della pandemia di COVID-19, ancora poco considerato.

24/7.

I tecnici di laboratorio stanno facendo fronte a turni massacranti per effettuare tutte le analisi necessarie a monitorare la diffusione del virus.

“C’è sempre più lavoro che ore per svolgerlo” (vedi).

A quasi un anno dall’inizio di una pandemia, che ha causato più di 276.000 vittime statunitensi, circa 193 milioni di test per il coronavirus sono stati elaborati a livello nazionale. E ancora, ne saranno necessari altri milioni per rilevare e contenere il virus nei mesi a venire. Dietro queste cifre sbalorditive ci sono migliaia di tecnici che continuano a lavorare senza sosta per identificare il coronavirus nelle persone che infetta.

Carenza di personale.

Non è solo una questione di fornitura di campioni, o di disponibilità di macchinari. I lavoratori del settore sono sottoposti a uno stress mai provato e le risorse umane cominciano a scarseggiare rispetto alla domanda crescente. Inoltre, si tratta di una linea di difesa fondamentale, ma oscura e poco conosciuta al pubblico, quindi viene a mancare il supporto della comunità che possono percepire, nei casi migliori, medici e infermieri.

A fronte della crescente tensione, delle condizioni di lavoro insostenibili e della scarsa considerazione, molti tecnici di laboratorio hanno lasciato il proprio lavoro dopo la Prima Ondata e ora la mancanza del loro bagaglio di esperienza, soprattutto nel caso dei prepensionamenti, si fa sentire.

I test.

Il parametro di riferimento nella diagnostica del coronavirus si basa su un metodo di laboratorio conosciuto da decenni, chiamato reazione a catena della polimerasi o PCR. Si tratta di un amplificatore di segnale: può copiare materiale genetico, inclusi frammenti del genoma del coronavirus, più e più volte fino a raggiungere livelli rilevabili, rendendo il virus individuabile anche quando è estremamente scarso nel corpo. La PCR è il riferimento con cui vengono confrontate tutte le nuove tecniche di test; per ora, nel panorama diagnostico, pochi possono eguagliare la sua capacità di stanare l’infezione.

Tuttavia, anche in forme altamente automatizzate c’è bisogno di persone per maneggiare le provette, predisporre i campioni genetici, verificare e manutenere le apparecchiature e controllare e validare i risultati ambigui.

Crescente domanda.

I laboratori devono fare fronte anche alle difficoltà di approvvigionamento dei materiali di consumo necessari.

Inoltre, i macchinari non sono stati progettati per lavorare a ciclo continuo, quindi cominciano a rompersi e incepparsi sempre più di frequente: per evitare di attendere l’assistenza, i tecnici si devono improvvisare meccanici, senza contare tutte le altre analisi che normalmente devono svolgere, per patologie anche gravi e importanti.

Gli operatori iniziano a soffrire di patologie legate al lavoro ripetitivo, all’ansia, alla tensione di vivere molte ore al giorno in ambienti a rischio contagio, in cui solo un’attenta e costante sanificazione può proteggerli.

Ora che la diffusione dei tamponi e dei test è aumentata esponenzialmente rispetto alla primavera, il sistema è al collasso.

Fonti.

https://www.nytimes.com/2020/12/03/health/coronavirus-testing-labs-workers.html?searchResultPosition=1

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