Il “casco” che evita la caduta dei capelli durante la chemio

La perdita dei capelli durante trattamenti con chemioterapia è molto comune, questo ha ripercussioni psicologiche nel paziente, soprattutto se donna, poiché vedersi senza capelli sottolinea la propria condizione di malato. Perdere i capelli durante una cura chemioterapica è un ulteriore fattore di stress che può minare l’umore e la qualità della vita del paziente.

L’alopecia durante questo tipo di trattamenti è temporanea, dopo un po’ di tempo dalla fine dei cicli di cura, infatti, i capelli e i peli ricrescono. A causare l’alopecia sono i farmaci che entrano in circolo nell’organismo, andando ad agire spesso anche sulle cellule dei bulbi piliferi.

Esperimenti sull’ipotermia per combattere la caduta dei capelli sono stati compiuti già negli anni Settanta, ma nel 2017 due studi statunitensi, pubblicati dalla rivista Journal of the American Medical Association (JAMA), hanno confermato sicurezza ed efficacia dei caschetti refrigeranti in termini di riduzione della caduta dei capelli. Entrambi gli studi sono stati effettuati su donne con tumore al seno sottoposte a chemioterapia. Uno dei due studi ha ottenuto i risultati che hanno portato alla validazione dell’utilizzo del casco da parte della Food and Drug Administration. I caschetti refrigeranti, infatti, si sono confermati l’antidoto più efficace alla perdita dei capelli grazie alla capacità di raffreddare il cuoio capelluto e di restringere i piccoli vasi sanguigni che lo irrorano; in questo modo la quantità di farmaco chemioterapico che lo raggiunge si riduce, e di conseguenza si riduce il danno alle cellule in divisione nei follicoli piliferi.

Nel primo studio i ricercatori hanno quantificato l’alopecia dopo la terapia e hanno osservato che metà delle pazienti sottoposte al trattamento preventivo con caschetti refrigeranti hanno perso meno del 50% dei capelli (alcune non li hanno persi per niente), mentre tutte le donne che non hanno usato il trattamento ipotermico del cuoio capelluto hanno perso più del 50% dei capelli. Solo il 63% delle pazienti che ha usato il caschetto, contro il 100% di chi non l’ha utilizzato, ha ritenuto necessario coprire la testa con una parrucca o un turbante per mascherare la perdita di capelli.

Questo risultato è molto importante a livello psicologico per superare la malattia, come racconta nel suo blog Heather, una paziente americana che ha condiviso la sua esperienza con il cold capping. Heather, che nel suo blog racconta come vivere al massimo la propria vita nonostante il cancro, è entusiasta di raccontare quanto le sia stato d’aiuto continuare ad avere il 70% dei capelli dopo quattro cicli di chemio. Heather ha deciso di condividere la sua esperienza con i caschetti anche per far conoscere il loro uso, poiché non sono ancora molto diffusi. In Italia, ad esempio, si usano solo in nove centri oncologici, nei quali le donne che desiderano richiederne l’applicazione contestuale alla somministrazione della chemioterapia non devono pagare nulla, dato che vengono inserite in protocolli di ricerca clinica. Questi dispositivi, però, non sono forniti dal Sistema Sanitario Nazionale e devono essere acquistati autonomamente dagli ospedali. L’utilizzo comporta alcuni problemi organizzativi: i tempi della terapia si allungano perché il caschetto deve essere posizionato almeno mezz’ora prima e deve essere indossato per 1-2 ore dopo la fine della terapia; in più bisogna dedicare qualcuno dello staff alla gestione dello strumento e all’assistenza al paziente.

 “Per ragioni legate alla prevalenza della malattia e alle buone chance di guarigione, si è deciso di partire dalle pazienti affette da un tumore al seno al primo o al secondo stadio”, spiega il dottor Saverio Cinieri, direttore dell’unità di Oncologia medica e della Breast unit dell’ospedale Perrino di Brindisi, “ma non è escluso che in futuro, se simili risultati saranno confermati anche a lungo termine, si possa considerare l’opzione di sperimentare l’uso del dispositivo anche per trattare pazienti con altre malattie oncologiche”.


Photo credits: Heather’s Hangout

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