Gravidanza e COVID-19

Servono dati sugli effetti della COVID-19 sulle donne in stato di gravidanza. Attualmente sembra non vi siano conseguenze per il feto.

Raccogliere dati.

In generale, i virus respiratori possono essere particolarmente pericolosi per le donne incinte, ma ci sono pochissimi dati sugli effetti del virus SARS-CoV-2 (vedi).

Negli USA sono stati lanciati più di una dozzina di registri per tenere traccia delle donne che erano risultate positive al virus durante la gravidanza, nel 2020.

Ora, a più di un anno dall’inizio della pandemia, la ricerca di gruppi di tutto il mondo ha dimostrato che le donne incinte con COVID-19 sono a maggior rischio di ospedalizzazione e di complicanze rispetto alle donne della stessa età che non sono incinte. I tassi di malattia grave e morte sono anche più alti nelle donne incinte di alcuni gruppi etnici e razziali minoritari rispetto a quelle appartenenti a gruppi non minoritari, ma questo è un problema che riguarda la popolazione più ampia.

La buona notizia è che i bambini sono per lo più risparmiati dall’infezione respiratoria più grave e che spesso non si ammalano. Campioni dalla placenta, dal cordone ombelicale e dal sangue di madri e bambini indicano che il virus raramente passa dalla madre al feto. Tuttavia, alcuni dati preliminari suggeriscono che l’infezione da virus può danneggiare la placenta, provocando a volte lesioni al bambino.

Rimangono molte domande. I ricercatori vogliono sapere quanto sia diffusa l’infezione da COVID-19 tra le donne in gravidanza in generale, perché la maggior parte dei dati sono raccolti da donne che finiscono in ospedale per qualsiasi motivo durante la gravidanza. Stanno anche studiando se le donne siano più vulnerabili a contrarre l’infezione virale – o alle sue ripercussioni – in una particolare fase della gravidanza o durante il recupero post-partum.

Gli operatori sanitari dovrebbero essere consapevoli del fatto che le donne incinte hanno meno probabilità delle donne non gravide di mostrare sintomi di COVID-19, come risulta dagli studi più recenti, che, però, includendo solo donne ricoverate in ospedale per qualunque motivo, potrebbero nascondere l’entità del problema.

Vaccini.

Un problema è costituito dalla mancanza di dati circa la sicurezza della vaccinazione. Seguendo le norme stabilite, nessuno dei principali produttori di vaccini ha arruolato donne incinte nei primi studi, sebbene alcuni studi attuali e pianificati ora le includano. Quando i sistemi sanitari di tutto il mondo hanno iniziato a distribuire le dosi, le autorità di regolamentazione hanno diffuso raccomandazioni contrastanti o vaghe sull’opportunità di offrire alle donne incinte la vaccinazione.

A gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha raccomandato che i vaccini a RNA messaggero prodotti da Moderna e Pfizer/BioNTech fossero offerti solo alle donne in gravidanza a più alto rischio – quelle che lavorano in prima linea o con patologie pregresse – e solo dopo aver consultato il loro medico. Successivamente ha aggiunto che i vaccini non presentavano rischi specifici noti in gravidanza. Un portavoce dell’OMS ha dichiarato a Nature che, a causa della mancanza di dati, l’agenzia “non può fornire un’ampia raccomandazione per la vaccinazione delle donne incinte”.

In questa situazione, sostanzialmente ogni donna incinta che si sottoporrà al vaccino sarà parte della sperimentazione e questo dovrebbe portarci a rivedere le linee guida che sovrintendono le valutazioni farmacologiche.

Rischi prenatali.

Non sorprende che i virus respiratori rappresentino una minaccia per le donne incinte, i cui polmoni stanno già lavorando più duramente del solito. Man mano che l’utero cresce si spinge contro il diaframma, riducendo la capacità polmonare e diminuendo l’apporto di ossigeno diviso tra madre e feto. Inoltre, la gravidanza riduce il sistema immunitario per non danneggiare il bambino. Ciò rende le donne più suscettibili alle complicazioni dovute alle infezioni.

Succede con l’influenza normale: le donne incinte che si ammalano sono a maggior rischio di ospedalizzazione rispetto alle donne che non sono in gravidanza. Le donne incinte che hanno contratto l’influenza H1N1 durante la pandemia del 2009-10 erano a più alto rischio di parto pretermine e mortalità neonatale. Quindi gli ostetrici di tutto il mondo si sono allarmati per l’arrivo del SARS-CoV-2.

I primi dati provenienti dalla Cina indicavano che le donne incinte non soffrivano di condizioni molto peggiori rispetto alle donne non gravide della stessa età.

Tuttavia, i medici erano scettici. Un’analisi di 77 studi di coorte pubblicati lo scorso settembre (vedi) ha chiarito che le donne incinte sono un gruppo ad alto rischio. La revisione ha incluso i dati di oltre 11.400 donne con COVID-19 confermato o sospetto e che sono state ricoverate durante la gravidanza per qualsiasi motivo. Le probabilità che le donne incinte con una diagnosi di COVID-19 venissero ammesse all’unità di terapia intensiva (ICU) erano superiori del 62% rispetto alle donne non gravide in età riproduttiva e le probabilità di aver bisogno di ventilazione invasiva erano dell’88% più alte.

Un altro studio più ampio ha confermato i risultati (vedi).

Lo studio ha, infatti, incluso più di 400.000 donne con un test positivo e sintomi di COVID-19, di cui 23.434 in gravidanza, e ha riscontrato aumenti simili nelle probabilità di ricovero in terapia intensiva e ventilazione invasiva nelle donne in gravidanza.

Dalla mamma al bambino.

La nascita pretermine può portare a problemi di salute in età avanzata. Tuttavia, la maggior parte dei parti pretermine nelle donne con COVID-19 si verificano negli ultimi tre mesi di gravidanza, quando il feto ha le migliori probabilità di sviluppo sano.

Il COVID-19 finora non è stato collegato a un chiaro aumento dei tassi di mortalità perinatale o di interruzione della crescita fetale.

Gli studi pubblicati hanno dimostrato che la “trasmissione verticale” tra madre e feto del SARS-CoV-2 è rara. In 62 donne in gravidanza che sono risultate positive per SARS-CoV-2 mediante un tampone nasale o faringeo, non sono state trovate prove di virus nel sangue o nel sangue del cordone ombelicale e nessuno dei 48 bambini che sono stati tamponati è risultato positivo al virus alla nascita.

La questione se l’immunità di una madre si trasferisce al suo bambino è un po’ più complicata: sono stati trovati anticorpi contro la SARS-CoV-2 nel sangue del cordone ombelicale di donne che erano state infettate, ma non è ancora chiaro quanta protezione questi livelli conferiscano al feto.

Vi sono anche dati per ora limitati che la malattia possa danneggiare la placenta con conseguenti problemi al bambino, ma gli studi dovranno essere verificati e approfonditi.

Per maggiori certezze su eventuali danni di lungo periodo, sarà necessario un follow-up prolungato.

Fonti.

https://www.nature.com/articles/d41586-021-00578-y

https://www.bmj.com/content/370/bmj.m3320

https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6944e3.htm?s_cid=mm6944e3_w

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