Dal giuramento di Ippocrate a quello per la salute planetaria. Primum non nocere e beneficenza

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Una buona notizia è che con la vittoria di Joe Biden la lotta al cambiamento climatico tornerà ad essere una priorità degli Stati Uniti e con essa anche quella della salute a partire dalla pandemia di covid-19. Due priorità interconnesse che richiedono un’azione urgente, collettiva e transdisciplinare, volta a comprendere e ad affrontare le implicazioni per la salute umana dell’accelerazione dei cambiamenti in atto nei sistemi naturali del nostro pianeta.

Nel 2015 la prestigiosa rivista The Lancet titolava “Human and planetary health: towards a common language” l’editoriale sulla neonata The Rockefeller Foundation–Lancet Commission, composta da esperti di salute, clima, biodiversità ed ecologia, che ha voluto lanciare il concetto di salute planetaria intesa come “salute della civiltà umana e allo stato dei sistemi naturali da cui dipende”. “Come commissione si può concludere che il continuo degrado dei sistemi naturali minaccia di invertire i guadagni di salute delle generazioni future per realizzare vantaggi economici e di sviluppo del presente”. Ogni azione deve quindi essere finalizzata a salvaguardare il substrato in cui viviamo, ovvero un pianeta fragile minacciato dalle nostre stesse attività che costituiscono il principale driver dei cambiamenti climatici.

I nuovi doveri di ogni medico

“La crisi climatica, l’acidificazione degli oceani e la perdita di biodiversità, tra le altre cose, sono le principali minacce per la salute umana. In risposta a queste sfide, ha preso forma un nuovo settore transdisciplinare della salute planetaria centrato sull’interconnessione della salute umana con quella di tutti i sistemi naturali. Obiettivo fondamentale è trasformare i valori umani, i comportamenti e le strutture sociali per mantenere quello spazio operativo di sicurezza per l’umanità da cui dipendiamo per prosperare”, ricorda lo stesso Lancet presentando un giuramento per la salute planetaria. Il nuovo giuramento si propone di estendere due dei principi alla base della storica Dichiarazione di Ginevra – quello della non maleficenza (primum non nocere) e quello della beneficienza – al concetto di salute planetaria e di considerare la vitalità del pianeta come un fondamento per il benessere umano. “Perché spetta alle generazioni di professionisti sanitari di oggi e di domani, affrontare le sfide dell’epoca dell’Antropocene”, scrivono gli autori del giuramento. “Questo approccio richiede un impegno affinché la salute planetaria non arrechi davvero alcun danno”.

La prima delle tredici promesse ci dice chiaramente: “Mi impegno solennemente a dedicare la mia vita al servizio dell’umanità e alla protezione dei sistemi naturali da cui dipende la salute umana”. L’auspicio è che il giuramento prenda posto nelle cerimonie di consegna dei diplomi di laurea interprofessionali per consolidare la collaborazione tra professionisti. Anche gli ordini professionali e le istituzioni impegnate nell’educazione sanitaria potrebbero contribuirvi inserendo nelle proprie dichiarazioni di intenti i valori e i principi per la salute planetaria.

Quella fiducia minata nell’Antropocene

“Lucrezio aveva già capito tutto nel I secolo a.C., connettendo la condizione umana con la salute della Terra. Ci esortava a pensare al futuro di questo mondo, che è l’unico, è tutto quello che abbiamo. Noi, invece, abbiamo fallito: dobbiamo essere onesti”, aveva commentato Richard Horton, direttore del Lancet al primo evento del neonato Italian Institute for Planetary Health con sede a Milano. “La mia generazione ha sbagliato e la nuova chiede un cambio di passo. In questo momento assistiamo a una crisi generalizzata di fiducia: nei sistemi economici, nella politica e anche nella scienza e nella medicina”. Una crisi di fiducia aggravata ulteriormente dalla pandemia causata dal nuovo coronavirus, il SARS-CoV-2, che si aggiunge alla lista delle minacce sanitarie che hanno interessato di recente la nostra società, come l’Aviaria, l’Ebola, la SARS, l’HIV. Non abbiamo prove inconfutabili del rapporto di causalità tra cambiamenti climatici ed epidemie ma è noto che diversi fattori, quali la deforestazione, l’impiego di suolo per l’agricoltura e gli allevamenti intensivi, insieme all’aumento della popolazione, portano le persone e la fauna selvatica a più stretto contatto con un rischio maggiore di trasmissione di virus, batteri e altri agenti patogeni fra uomo e animali.

Il nostro obbligo oggi è non stare più a guardare. Serve passare all’azione. “In qualità di mediatori tra scienza, politica e pratica medica e in qualità di comunicatori qualificati, – sostengono gli autori del giuramento – i professionisti della salute sono nella posizione ideale per diventare agenti di cambiamenti trasformativi individuali e sistemici, per aumentare la resilienza ai cambiamenti ambientali e ridurre l’impronta ecologica delle società”.

 

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter