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COVID-19: remdesivir promosso, idrossiclorochina nuovamente bocciata. Le prove conclusive sul NEJM

 A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Se trattati con il remdesivir i pazienti COVID-19 hanno un tempo di recupero più rapido. Gli effetti positivi dell’antivirale si vedono a livello di infezione del tratto respiratorio, con una minore progressione verso la ventilazione meccanica, e anche di ridotta mortalità. Queste le conclusioni della fase 3 dello studio ACTT-1 condotto dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases statunitense.

Lo studio ACTT-1

I risultati finali confermano quelli preliminari pubblicati lo scorso maggio dal New England Journal of Medicine. ACTT-1 è uno studio randomizzato in doppio cieco che ha arruolato 1062 adulti ospedalizzati con diagnosi di COVID-19 lieve e moderato o grave e con evidenza di coinvolgimento del tratto respiratorio inferiore. I soggetti trattati con l’antivirale hanno avuto il 50% di probabilità in più di migliorare il proprio quadro clinico nei primi 15 giorni rispetto a quelli trattati con il placebo, e l’effetto è stato mantenuto fino al 29esimo giorno. Un beneficio maggiore è stato osservato quando il remdesivir è stato somministrato entro 10 giorni dall’insorgenza dei sintomi. A questi risultati incoraggianti si la mortalità al giorno 29 che è risultata dell’11,4% nel gruppo trattato con remdesivir e del 15,2% nel gruppo con placebo. I pazienti che hanno tratto maggiore beneficio sono stati quelli in ossigenoterapia a basso flusso al basale.

“I risultati dello studio Actt-1 dimostrano che, nei pazienti ospedalizzati con polmonite da COVID-19 – spiega Andre Kalil, dell’Università del Nebraska, principal investigator dello studio ACTT-1 – il remdesivir è il primo farmaco antivirale a essere significativamente associato a un tempo di recupero più breve, cinque giorni prima per tutti i pazienti e sette giorni prima per quelli più gravi, e al contempo a una minore progressione verso la ventilazione meccanica”. “Le prove di cui disponiamo ora – aggiunge – suggeriscono che la somministrazione di questo farmaco a pazienti in ossigenoterapia può ridurre in modo significativo le probabilità di morte”.

Lo studio RECOVERY

In contemporanea ai dati positivi sul remdesivir il New England presenta le conclusioni dello studio RECOVERY su un altro farmaco sperimentale utilizzato nei primissimi mesi di emergenza COVID-19 e che aveva sollevato diversi dubbi sulla qualità metodologica di alcuni studi sperimentali. Il farmaco in questione è l’idrossiclorochina, approvata per il trattamento dell’artrite reumatoide, del lupus eritematoso sistemico e della porfiria cutanea tarda. In piena emergenza COVID-19, senza una cura a disposizione, si era sperato che l’idrossiclorochina prevenisse lo sviluppo della malattia di COVID-19 se assunto entro quattro giorni dall’esposizione al contagio di SARS-CoV-2.

Ma i nuovi dati pubblicati sul New England non fanno altro che confermare la non efficacia dell’idrossiclorochina, già dimostrata con i dati preliminari di RECOVERY presentati il 5 giugno. Tra i 4716 pazienti adulti ospedalizzati con COVID-19 nel Regno Unito, quelli trattati con idrossiclorochina non hanno avuto un’incidenza di decessi a 28 giorni inferiore a quelli che hanno ricevuto le cure standard. Inoltre, i risultati suggeriscono una durata del ricovero mediamente maggiore per i pazienti trattati con idrossiclorochina e, tra coloro non sottoposti a ventilazione meccanica al basale, un rischio più elevato di ventilazione meccanica invasiva o morte rispetto a quelli che hanno ricevuto cure usuali.

Già altri trial clinici non avevano riscontrato una differenza tra i pazienti trattati con tale farmaco rispetto a quelli gestiti con la cura usuale in termini di mortalità, giorni di ospedalizzazione e di richiesta della ventilazione meccanica. Una metanalisi pubblicata sugli Annals of Internal Medicine aveva concluso che le evidenze sui benefici e danni dell’impiego dell’ idrossiclorochina o clorichina nel trattamento della COVID-19 erano scarse e divergenti”.

Dopo la pubblicazione a giugno dei risultati preliminari di RECOVERY, la Food and Drug Administration aveva revocato l’autorizzazione all’uso d’emergenza dell’idrossiclorochina e anche quelle della clorochina, e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e il National Institutes of Health avevano interrotto le sperimentazioni sul loro utilizzo nei pazienti ospedalizzati per mancanza di benefici. Inoltre l’OMS aveva deciso di far interrompere l’utilizzo dell’idrossiclorochina dopo che l’efficacia è stata carente anche nel trial SOLIDARITY, i cui risultati sono coerenti con quelli dello studio RECOVERY.

 

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