Covid-19 e percezione del rischio. L’influenza mediatica sulla salute pubblica

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Solo se siamo consapevoli del rischio e lo accettiamo, siamo pronti a adottare quei comportamenti necessari per prevenirlo. L’accettazione o il rifiuto di un rischio dipende da diversi fattori socioculturali e psicologici. E anche mediatici, scrive la rivista Frontiers in Psychology pubblicando i risultati di una ricerca sulla percezione del rischio da contagio Covid-19 e sull’utilità percepita di diversi comportamenti preventivi. Dalle risposte a un questionario distribuito lo scorso aprile a 549 cittadini, residenti in Italia, Austria e Regno Unito è emerso che l’uso delle mascherine e l’applicazione del distanziamento fisico erano maggiori quanto maggiore era la preoccupazione, cioè la consapevolezza del rischio di contagio e di quanto ne sarebbe conseguito. L’analisi ha permesso di individuare la tipologia di messaggi lanciati dai media che potenzialmente rafforzano la percezione del pericolo e l’adozione di azioni preventive a tutela della salute pubblica.

“Gioca un ruolo molto importante il cosiddetto frame, cioè l’incorniciamento di un’informazione”, spiega Nicolao Bonini dell’Università di Trento che ha coordinato la ricerca. “In concreto, se i media parlano delle persone decedute, la gente si spaventa; se invece parlano dei guariti, la gente ha meno paura e quindi userà verosimilmente meno precauzioni”. Quindi la stessa informazione espressa in due modalità diverse può indurre a comportamenti anche opposti da parte dei cittadini. Ma se da un lato sottostimare il pericolo a livello mediatico è controproducente, aggiungono gli autori della ricerca, dall’altro anche esagerare è rischioso perché può generare una situazione di panico.

In medio stat virtus

“I nostri risultati sono coerenti con la letteratura scientifica su temi della ricerca in psicologia e sulle pandemie precedenti oltre a quella attuale, indicando la percezione di una minaccia come fattore prevalente nel determinare l’intenzione e l’attuazione di comportamenti protettivi”. La preoccupazione è coerente con il modello del “risk as feelings” secondo il quale l’impatto emotivo di uno stimolo influisce sulla percezione del rischio. Reazioni emotive negative possono avere un effetto positivo sui comportamenti autoprotettivi. “Chi fa comunicazione dovrebbe essere consapevole che trasmettere un certo livello di preoccupazione nella popolazione può servire a migliorare l’aderenza alle raccomandazioni date dal governo. È ipotizzabile che sottovalutare a livello mediatico la minaccia del coronavirus, come è avvenuto nelle campagne di informazione adottate nelle prime fasi della pandemia in Gran Bretagna, Brasile o negli Stati Uniti, possa indurre i cittadini a non preoccuparsi abbastanza del pericolo e, di conseguenza, a non proteggersi sufficientemente. Di contro è anche possibile che altre emozioni, come la paura o l’ansia, possano causare panico e portare a reazioni eccessive, come comportamenti protettivi esagerati, discriminazione verso i gruppi associati al pericolo e sintomi di disturbi mentali. Pertanto, la comunicazione e le politiche dei media dovrebbero essere attente nel personalizzare i messaggi per la popolazione che conducano a una reazione emotiva e una percezione del rischio commisurate”.

La percezione del rischio associato a Covid-19 costituisce un elemento chiave nel determinare se un individuo si comporterà in modo da tutelare la propria salute e quella degli altri. Se e in quale misura la singola persona aderirà ai comportamenti precauzionali raccomandati dalle istituzioni, influenzerà in modo determinante la riuscita delle azioni di sanità pubblica a partire dai piani vaccinali, oggi più che mai prioritari e urgenti per il contenimento della pandemia.

I fattori di percezione del rischio

Il rischio associato a Covid-19 potrebbe far percepire in positivo il vaccino, influenzando favorevolmente l’intenzione a vaccinarsi nel breve periodo. Ma nei momenti in cui la situazione sembra migliorare, perché per esempio i casi positivi e i ricoveri sono in calo, l’importanza e l’utilità del vaccino potrebbero essere sottostimate dalle persone. Anche la cosiddetta “risk as feelings”, comune nel regno animale e anche vegetale, potrebbe influire negativamente: il ripetersi di uno stesso stimolo (in questo caso il pericolo del virus) sopprime progressivamente l’attenzione e la risposta (adozione di misure di protezione e vaccinazione) dell’organismo allo stimolo.

Una ricerca condotta dall’Università di Padova, recentemente pubblicata su Social Science & Medicine, ha voluto analizzare l’influenza del rischio percepito durante tre fasi importanti della pandemia sull’intenzione di vaccinarsi contro SARS-CoV-2 rispetto a quanto accade per l’influenza stagionale e con la malattia da virus Ebola. Obiettivo ultimo di questo e diversi altri studi è quello di trarre importanti considerazioni sui determinanti psicologici, affettivi e demografici per adattare la comunicazione sulla salute pubblica al fine di migliorare la risposta dei cittadini a Covid-19 e a future epidemie.

Conoscere il ruolo delle emozioni e della percezione del rischio nell’accettazione per esempio dei vaccini contro Covid-19 è fondamentale a livello sociopolitico per garantire campagne di comunicazione di successo, soprattutto considerando la pressione sui sistemi sanitari e l’impatto sull’economia mondiale causati dalla pandemia. Come spiega David Ropeik, ex docente all’Università di Harvard e autore di alcuni libri sul rischio, tra cui “How risky is it, really? Why our fears don’t always match the facts”, serve lavorare anche a livello di comunicazione sulla “perception gap”, cioè quella distanza tra le nostre sensazioni che rappresenta un enorme rischio di per sé: temiamo molto eventi che possono avere gravi conseguenze ma sono estremamente improbabili (per esempio un incidente aereo) e non facciamo nulla per evitare eventi molto più probabili legati (per esempio a uno scorretto stile di vita). Più siamo consapevoli di un rischio ‒ anche grazie ai media e alle campagne di informazione personalizzate ‒ più ne siamo preoccupati e più agiamo per il nostro bene e per quello altrui.

 

Bibliografia

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