Cos’è oggi la musicoterapia in Italia? Intervista alla Prof.ssa Giulia Cremaschi Trovesi

Dobbiamo essere cauti nel definire la musicoterapia in Italia in questo momento, perché attraverso la norma UNI le cose devono cambiare.

Di cosa si occupa esattamente la musicoterapia? Cos’è oggi la musicoterapia in Italia?
Bisogna essere molto chiari perché se uno ha la polmonite si fa curare dal medico. La musicoterapia non c’entra per nulla, al massimo può dare momenti di sollievo. Secondo la Legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate, a seguito della quale c’è una norma uni (11592), la musicoterapia si trova all’interno delle Arti Terapie. Sia la legge, che in seguito la norma, chiariscono che in Italia la parola terapia non è assolutamente un termine medico, significa prendersi cura/occuparsi di qualcuno, per un obiettivo che varia a seconda delle situazioni. Si parla di sollievo, di buon umore.
Ad esempio in classe, quindi a scuola, l’obiettivo sarà l’educazione musicale: si punta all’apprendimento e ad accendere la voglia di conoscenza dei bambini. In un contesto in cui ci sono dei bambini disabili, invece, bisogna creare un rapporto di fiducia e una comunicazione molto stretta tramite la musicoterapia.
Dobbiamo essere cauti nel definire la musicoterapia in Italia in questo momento, perché attraverso la norma UNI le cose devono cambiare. In passato ci sono stati tanti corsi di musicoterapia che non chiedevano competenze musicali, quindi volte a fare delle attività gradevoli di canto, movimento. Noi come Federazione Italiana Musicoterapeuti sosteniamo la norma UNI: quindi si parte da una preparazione musicale seria (ci sono gli EQF europei che chiedono questo) ossia la capacità di conoscere così bene la musica da improvvisare. C’è da capire questo: una persona compie un gesto e il musicoterapeuta con il pianoforte deve accompagnare questo gesto con ritmi, armonie, melodie musicali, come se fosse una danza. Un gesto, una fatica, un movimento ad esempio nelle persone con paralisi, diventa una danza e non più una fatica, grazie al suono della musica. Si entra sul piano emotivo e si aumenta l’autostima, la voglia di fare. Si tratta quindi di saper suonare sulla misura della persona, se non si è capaci di questo non si può fare musicoterapia. Teniamo presente che ad esempio si può lavorare con gli anziani – abbiamo documenti su questo raccolti dai nostri corsisti, con pazienti con alzheimer che fino al giorno prima stavano abbandonati su una sedia – se inizi a cantare le canzoni di un repertorio musicale che conoscono, cominciano a risollevare la testa e “risvegliarsi” muovendo braccia, piedi e a tenere il tempo, riprendono un aspetto vitale. Bisogna tenere presente che i fondamenti della musicoterapia risalgono alla fisica acustica: la risonanza corporea è la conoscenza della vita tramite la risonanza del grembo materno, nel quale non c’è un attimo di silenzio. Per cui ritmi, suoni e timbri sonori li conosciamo già dalla nascita. Non li insegna un professore, sono già nella nostra natura. Quando ad esempio lavoriamo con i bambini nei nido e poi facciamo vedere qualcosa ai genitori, notiamo che questi si stupiscono perché i bambini vanno a tempo anche da piccolissimi. Ma noi siamo nati così, con i rumori, i suoni e il ritmo! Ha presente Mnemosine nella mitologia greca? Con Giove aveva fatto 9 figlie, le 9 muse, e Musica prende il nome da musa perché non sapevano come chiamarla in quanto è l’origine di tutte le altre arti e gli altri linguaggi. Bisogna quindi andare a recuperare sul piano epistemologico questi valori per poi gestire la comunicazione con i pazienti.

Come lavorano la musicoterapia e il sistema sanitario? Sono coordinate e integrate? E come secondo lei dovrebbero essere?
In questo momento posso dirle che dipende dalle persone e dai professionisti: quello che riescono a fare. Io ad esempio dal 1980 al 2000 sono stata consulente all’Istituto di Audiologia dell’Università di Milano, e lì si lavorava con problemi come disturbi e assenza di linguaggio, non solo con bambini sordi, ma con bambini con sindromi, patologie e traumi diversi, in cui appunto non c’era il linguaggio o era ritardato. Sono state esperienze molto belle, conclusesi con la pubblicazione del mio libro “Il corpo vibrante” e di una ricerca scientifica fatta dall’Istituto. Però questo accade molto raramente, io non ho poi più avuto rapporti così stretti con gli ospedali, per il momento per me non c’è un rapporto coordinato tra musicoterapia e sistema sanitario. Con i bambini partecipiamo alle équipe socio-educative e con la neuropsichiatria infantile.
È difficile in generale entrare nelle strutture sanitarie o nelle Rsa per questioni organizzative e soprattutto economiche: un professionista costa. Il mio lavoro al Policlinico a Milano, per esempio, è stato tutto gratuito. A me serviva per studiare e capire quell’ambiente, soprattutto perché c’era l’equipe medica con cui confrontarsi: il neuro psichiatra infantile, l’audiologo, il neurologo. Era bello, ma l’ho fatto a spese mie. Non abbiamo ancora la forza di avere un istituzione universitaria che studi la musicoterapia, non siamo ancora quel livello.

Qual è l’impatto terapeutico della musicoterapia nei pazienti? Con che tipo di pazienti è utile? Come viene messa in atto questa disciplina con i bambini e in generale con i pazienti più giovani?
L’impatto terapeutico è significativo e diverso a seconda dei pazienti. Le faccio un esempio: sto seguendo una bambina che ha 2 anni e una cardiopatia molto grave, dovranno salvarla i chirurghi perché la situazione è molto grave, ma per ora il cuore è troppo piccolo e non posso intervenire. Questa bambina rientra nei casi di sindromi gravissime, eppure quando entra e sente due note, inizia a guardare e a sorridere dal suo passeggino. Io smetto di suonare e si ferma. La spinta di vita le arriva con il canto del pianoforte e facciamo delle lezioni incredibili con lei. La musica è fatta di onde sonore che si spandono nell’aria, queste onde diventano energia – questo lo dice la fisica – l’energia ci spinge a muoverci. L’impatto di queste terapie crea stupore. La prima volta che quella bambina è arrivata abbiamo fatto fatica a portarla nella sala, perché aveva paura di un ambiente nuovo – perché ovviamente sono bambini molto medicalizzati – e adesso è il posto in cui si esprime, grazie alla musica. Secondo le regole questa bambina potrebbe sviluppare un ritardo cognitivo, ma è di una vitalità che fatico a vedere il ritardo. Se la abbandoni a sé stessa il ritardo cognitivo è inevitabile, ma tramite la musica stimoli anche quello.
Al Policlinico di Milano abbiamo anche fatto uno studio sull’origine del linguaggio. Per esempio i lavori e i progressi fatti con i bambini sordi sono eccezionali. Una mia paziente è stata Ilaria Galbusera, della quale potete trovare video testimonianze su youtube, che adesso ha 28 anni. È venuta da me piccolissima, a soli 9 mesi perché era sorda e ha fatto i primi passi sul mio pianoforte. Il video che vedrete inizia con lei da bambina che canta con me. Questa ragazza oggi è laureata in economia e commercio per i beni culturali, ha collaborato per l’abolizione del termine muto (non sordo-muti), ha avuto la medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica nel 2019 perché è una sportiva, una pallavolista che si prende cura delle giocatrici sorde e udenti. E questa era una dei miei bambini sordi, che iniziano a parlare spontaneamente con la musica. Sono loro che hanno messo in crisi tutti i miei studi perché mi davano delle risposte inspiegabili. È un mondo molto affascinante!
Io non ho mai avuto occasione di lavorare con gli anziani, però so che ci divertiremmo molto. Perché ridere, scherzare, cantare assieme una canzone che ti ricorda di quando eri ragazzo e ti riporta a delle cose felici successe nella tua vita, fa bene a tutti! Con degli strumenti in mano gli anziani iniziano a muoversi: lo prendono in mano e dopo un po’ iniziano a divertirsi. Persone in sedia rotelle, ma anche quelli nelle case di riposo, hanno un impulso vitale con la musica. Io sono di Bergamo e ne sono morti moltissimi con i COVID: la mia collega ha i video di questi anziani che si divertivano e cantavano il giorno prima di morire. È una situazione terribile questa che stiamo vivendo. In questo momento è difficile entrare in questi posti.

Qual è l’iter da seguire per diventare musicoterapeuta? Un medico può diventare musicoterapeuta?
Un medico può diventare musicoterapeuta se ha un diploma in pianoforte. L’EQF europeo richiede il livello di laurea triennale di conservatorio. Per fare musicoterapia – le racconto ciò che riguarda la legge europea – devi aver fatto il normale iter scolastico concludendo le superiori (alcuni sono anche laureati tipo in scienze dell’educazione-formazione o altro), un diploma al conservatorio e il corso di musicoterapia di 1200 ore, il nostro è di 4 anni. Non può bastare solo la preparazione accademica per fare il musicoterapeuta, perché non si hanno alcuni aspetti di improvvisazione e creatività che sono fondamentali nel nostro lavoro. Bisogna allargare gli orizzonti del conservatorio.
La logica è quella della maieutica: se io tengo un corso, i corsisti sono un patrimonio per me e io per loro, quindi tutti impariamo reciprocamente scambiandoci qualcosa. In questo modo emergono un sacco di risorse. Abbiamo iniziato ad esempio quest’anno studiando il maestro Alberto Manzi, Gianni Rodari e Don Milani: ho detto di vederli, perché sono personaggi straordinari che vanno studiati.

Com’è il lavoro con le figure sanitarie? Collaborate con qualche figura sanitaria?
Io ho rapporti personali con logopedisti, psicologi, neurologi e altre figure, grazie al mio lavoro svolto al Policlinico di Milano. Sono dei rapporti d’amicizia che diventano collaborazioni che vanno avanti nel tempo. Però è tutto fondato sui rapporti umani, non c’è niente di istituzionale. È troppo difficile muovere gli Istituti. Al Policlinico ho iniziato a collaborare perché il direttore era un uomo lungimirante, ma appunto sono eccezioni e comunque fatte di rapporti personali.

Come vede il futuro di questa disciplina dopo Covid?
Io non so cosa dirle, perché con il covid sono morti 150 dottori, sono morti infermieri. È una cosa seria sulla quale dobbiamo stare attenti. Chissà cosa accadrà ancora: ci saranno talmente tanti problemi che penso che l’ultimo sia la musica. Però quando abbiamo avuto il lockdown sono successe diverse cose: i condomini si sono messi a cantare dai balconi. O anche l’ostetrica in ospedale che cantava un Alleluia fuori dalle stanze e tutti hanno aperto le porte. A parte la musicoterapia, il bisogno di musica nella vita dell’uomo esiste da tempo immemore. La musica è dentro di noi e ci appartiene prima di nascere, quindi ci sarà anche dopo il covid, perché saremo noi stessi a cercarla.

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