Come stare al passo con le varianti di Sars-Cov2

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Per nuove varianti servono nuovi vaccini? La comparsa delle varianti di Sars-Cov2 di cui si parla in queste settimane, contro cui alcuni vaccini sembrano avere un’efficacia minore, fa riflettere se occorra aggiornarli e in che modo. New Scientist ha quindi raccolto una serie di opinioni al riguardo (1).

Cosa dicono le percentuali

Almeno due vaccini attesi a breve sul mercato sono meno efficaci contro la cosiddetta variante sudafricana, il ceppo B.1.351: quello di Novavax, che nel Regno Unito è apparso efficace quasi al 90% nel prevenire le infezioni sintomatiche, mentre in Sudafrica solo al 60% (comunque non disprezzabile); e il prodotto di Johnson & Johnson, efficace al 72% contro COVID-19 moderato o grave negli Stati Uniti, al 66% in America Latina e al 57% in Sudafrica (ma ovunque ha azzerato i ricoveri ospedalieri e i decessi).

È presumibile che numeri analoghi valgano per la variante P.1 scoperta in Brasile, che ha mutazioni simili a quella sudafricana. Mentre per il ceppo B.1.1.7, la “variante inglese”, non è chiaro se la lieve differenza di efficacia mostrata dal vaccino Novavax (85%, contro il 95% per le varianti precedenti) sia significativa o casuale.

Non c’è da disperarsi, insomma, ma da preoccuparsi sì. Anche perché sia i vaccini citati sia tutti gli altri, in uso o attesi a breve in Occidente, hanno come bersaglio la proteina spike (quella con cui il virus si lega alle cellule da infettare). Quindi è presumibile che anche questi siano meno efficaci contro i nuovi ceppi. E che compariranno altre varianti ancora meno sensibili alla risposta immunitaria contro le varianti attuali, suscitata dai vaccini o dalle infezioni.

Come intervenire e ridurre i rischi

Fra gli esperti alcuni sono più allarmati e invitano ad agire subito, altri ritengono che con ogni probabilità i vaccini attuali resteranno sostanzialmente validi. Ma tutti concordano che, a scanso di rischi, bisogna prepararsi all’eventualità che servano vaccini aggiornati. E, prima ancora, bisogna ridurre i rischi che emergano nuove varianti, vaccinando quante più persone il più in fretta possibile, per ridurre la popolazione virale globale e quindi le probabilità di nuove mutazioni. Anche solo per questo interesse egoistico, se non per ragioni di equità, i paesi ad alto reddito devono adoperarsi perché i vaccini siano ampiamente disponibili anche in quelli a basso reddito, rimarcano i vaccinologi.

Serviranno poi sistemi di sorveglianza globale per scoprire sul nascere le nuove varianti, sebbene, a parte lo scarso ricorso al sequenziamento genomico anche in paesi ricchi come gli Stati Uniti, il problema sia che mutazioni nuove compaiono di continuo, e oggi non sappiamo distinguere quelle innocue da quelle che rendono il virus più contagioso o più pericoloso. Nemmeno per la “variante inglese”, per esempio, si è ancora capito quali siano le mutazioni che la rendono più trasmissibile.

Come aggiornare i vaccini

Quanto ad adattare i vaccini, ci sono varie soluzioni da esplorare. In primis, chiaramente, modificare i vaccini esistenti così che riconoscano la proteina spike delle nuove varianti. Poi magari provare ad anticipare le varianti future, creando vaccini a spettro d’azione più ampio. C’è chi pensa per esempio di far evolvere il virus in laboratorio in presenza di anticorpi, per studiare quali varianti emergono capaci di sfuggire agli anticorpi. Altri lavorano a vaccini che non mirino solo alla proteina spike, ma anche ad altre o all’intero virus, producendo risposte anticorpali più ampie, difficili da eludere con poche mutazioni.

Quanto alla prima opzione, la più immediata, alcuni produttori hanno già dichiarato che stanno lavorando all’aggiornamento dei vaccini. Per quelli a RNA, di Pfizer/Biontech e Moderna, l’operazione dovrebbe essere più rapida e, una volta scelta la nuova forma di proteina spike da usare, dovrebbe bastare circa un mese per avere il vaccino nuovo. Per altri prodotti potrebbe volerci un po’ di più.

Le agenzie regolatorie stanno poi ragionando su come approvare l’uso dei vaccini aggiornati. Il caso dell’antinfluenzale, che cambia ogni anno senza bisogno o quasi di nuovi test umani, può essere un precedente. Ma per l’influenza si sa bene che tipo di risposta immunitaria deve suscitare il vaccino perché sia efficace, mentre per il COVID-19 ancora no.

Giocare d’anticipo

Dennis Burton ed Eric Topol, rispettivamente immunologo ed esperto di medicina traslazionale allo Scripps Research Institute di La Jolla, in California, lanciano poi su Nature un appello di più ampio respiro: bisogna lavorare ora sui vaccini per arrivare già pronti alla prossima pandemia, il cui agente potrebbe essere immunologicamente ben più elusivo del Sars-Cov2 (2). Esistono anticorpi, detti anticorpi ampiamente neutralizzanti, che sono efficaci contro molti ceppi diversi di virus affini, incluse le varianti che potrebbero emergere in futuro. Anche contro Sars-Cov2 ne sono stati isolati, da vari pazienti. Questi potrebbero diventare la base per preparare anticorpi ampiamente neutralizzanti contro i diversi ceppi del Sars-Cov2 e anche contro altri coronavirus affini. E lo stesso si potrebbe fare per altri tipi di virus, come quello influenzale.

Ottenere anticorpi ad ampio spettro e al contempo potenti non è facile, e l’idea infatti ha sollevato varie critiche. Ma negli ultimi anni l’immunologia e lo studio dei vaccini hanno fatto progressi spettacolari, rimarcano Burton e Topol, e l’obiettivo sarebbe raggiungibile con investimenti di 100-200 milioni di dollari l’anno per alcuni anni per ciascun virus. Nulla di esorbitante, considerato che nuovi virus pandemici emergeranno senz’altro.

Bibliografia

  1. Le Page M. Inside the race to tweak covid-19 vaccines and stay ahead of mutations. New Scientist, 3 febbraio 2021.
  2. Burton DR, Topol EJ. Variant-proof vaccines — invest now for the next pandemic. Nature, 8 febbraio 2021.

 

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter