Arginare la pandemia con le parole?

di Mario Nejrotti

Il linguaggio nella comunicazione di malattie o di situazioni di crisi sanitaria ha un’importanza fondamentale.

Le parole scolpiscono la realtà

Due sono essenzialmente i versanti su cui le parole possono incidere: la consapevolezza della malattia e delle sue conseguenze e la qualità di vita di coloro a cui è diretto il messaggio, siano malati o sani.

Da molte parti si sta affermando la necessità di agire sul linguaggio per parlare di gravi malattie come quella neoplastica o quelle trasmissibili come l’AIDS. Le parole hanno un peso  concreto negli eventi sanitari ed è importante che operatori, comunicatori, politici e gente comune se ne rendano conto e facciano ogni sforzo per mutare, là ove possibile, il linguaggio in senso più  consapevole e meno emotivo.

La pandemia ha portato a galla prepotentemente  questo bisogno.

Una grave malattia è comparsa improvvisamente all’orizzonte dell’umanità e ne ha sconvolto certezze e abitudini.

Come parlare durante una pandemia

Sanitari, comunicatori e politici si sono trovati nella necessità di parlare ad un numero sterminato di utenti, per spiegare le indicazioni necessarie a fronteggiare l’emergenza nel miglior modo possibile.

Questo non sempre è stato fatto con un linguaggio corretto e con la scelta delle parole giuste.

È nata quindi la necessità di valutare il registro comunicativo più adatto nell’ambito della sanità pubblica per parlare alla gente di pandemia e delle regole che essa comporta per le diverse comunità.

Un articolo pubblicato su JAMA Network    discute sulla necessità di cambiare le parole per comunicare un’emergenza di salute pubblica per ottenere la migliore collaborazione dei cittadini.

Istituzioni importanti come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centers for Disease Control and Prevention  per la pandemia posseggono strutture e strumenti organizzati per la comunicazione, ma non sembra che diano il peso sufficiente alla qualità del linguaggio  per trasmettere messaggi che siano meglio accettati e che possano determinare  cambiamenti reali e duraturi nei comportamenti.

Prendendo come esempio la malattia da HIV nei consumatori di droghe, il linguaggio dovrebbe concentrarsi di più sulle prove scientifiche e sugli interventi che salvano la vita delle persone e abbandonare ogni espressione di condanna delle droghe come fallimento personale e morale. Questo linguaggio crea un forte stigma negativo che inibisce le persone e le allontana dagli interventi utili.

Il sondaggio della de Beaumont Foundation

Alla ricerca di un linguaggio migliore la de Beaumont Foundation  ha condotto alla fine di novembre 2020 negli Stati Uniti  un sondaggio online su un campione rappresentativo della popolazione generale. I risultati potranno servire a sanitari e politici per modulare meglio i messaggi di salute pubblica nel prossimo periodo di pandemia.

Un primo dato rilevante emerso è che si devono evitare messaggi basati esclusivamente sulla paura, spesso rifiutati più facilmente dalle persone. Occorre orientare il linguaggio in senso positivo, evitando di sottolineare gli eventi negativi legati all’insuccesso, piuttosto enfatizzando i fenomeni positivi, collegati al successo delle procedure.

 Analizzando le singole parole la maggior parte degli intervistati preferisce alla parola “lockdown”, che indica una coercizione alla chiusura, l’invito più amichevole “stay at home”, che salvaguarda il potere decisionale del soggetto Non sono per altro apprezzate frasi ancora più coercitive.

Comunicare le decisioni come “basate sui fatti o sulla scienza” risulta più convincente che asserire che esse si basano su “prove o dati”. Le indicazioni operative per quando riguarda i comportamenti sono meglio tollerate se vengono indicate come “protocolli”, piuttosto che “direttive, controlli, ordinanze”. Pare che il controllo governativo sia vissuto come minaccioso e andrebbe evitato.

È tempo di fare la pace, anche con le parole

Interessante il posizionamento della maggior parte degli intervistati sfavorevoli al linguaggio “militare” . Sono malviste parole come “conquista, sconfitta, vittoria, combattimento, eroe, caduto, prima linea, schiacciamento, nemico”.

Questa opinione dei cittadini è in linea con la percezione di disagio da parte di malati neoplastici nell’essere descritti con termini  militari, come se la loro malattia fosse un qualche cosa di esterno a loro da distruggere e non un meccanismo negativo intrinseco all’organismo da conoscere e correggere.

Indubbiamente il linguaggio militare è connaturato in gran parte della comunicazione specifica e di massa, anche al di fuori dell’ambito sanitario. Si pensi allo sport dove la similitudine con la guerra è costante. Soprattutto negli sport di squadra, dove la vittoria è spesso collegata al grado di cattiveria dei giocatori, spacciato per un valore positivo e necessario.

Il linguaggio alternativo sembra essere povero e tenue, soprattutto tra i comunicatori.

Un esempio per tutti di questa difficoltà comunicativa e della forza del lessico militare corrente  è contenuto proprio nell’articolo di riferimento di JAMA, dove gli autori per raccontare la preferenza degli intervistati all’espressione “lavoratori essenziali”, piuttosto che “lavoratori in prima linea”, spiegano che le persone fanno questa scelta, perché pensano che non tutti i lavoratori sanitari “combattano” nello stesso modo il COV2.(sic)

La politicizzazione del COV2 fa danni

In questo sondaggio risulta che i comunicatori più affidabili sono gli scienziati e i ricercatori, che dovrebbero essere delegati a informare a fondo la popolazione sulle decisioni che sono state prese  dai decisori politici e dai più alti funzionari dello Stato.

Un altro dato rilevante è legato alla polarizzazione politica delle decisioni sulla pandemia, che crea sconcerto,confusione e  sfiducia nell’informazione scientifica. Quindi pare da questo sondaggio che i cittadini trovino esecrabile sfruttare la pandemia a scopi di parte, mentre molti chiedono coerenza e chiarezza.

Nelle conclusioni emerge che negli USA “I messaggi incoerenti e la mancanza di uno sforzo di comunicazione coordinato hanno influito sull’aderenza alle misure di salute pubblica e hanno contribuito a ulteriori casi e decessi”.

Questo lavoro aggiunge un tassello alla ricerca sull’importanza del linguaggio nel campo della salute e della sanità e invita ad uno sforzo comune per cambiare registri ormai obsoleti e potenzialmente dannosi, sotto molti aspetti, per la sicurezza sociale e la qualità della vita dei malati.

 

Photo by Amador Loureiro on Unsplash

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