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Anche una passeggiata può essere precritta come un farmaco?

È terapia non soltanto la prescrizione di un farmaco, ma anche l’indicazione di apportare un cambiamento allo stile di vita di un malato che un medico ha in cura.
Un viaggio, il giardinaggio, una pratica sportiva, l’assistere ad uno spettacolo, la lettura di un libro o l’ascolto di un disco possono essere una terapia al pari dell’assunzione di una medicina. Spesso anzi, un cambiamento del modo di vivere, opportuno e concordato in modo preciso dal medico col malato, potenzia anche l’effetto terapeutico di un farmaco. È questa la base della personalizzazione dell’assistenza medica che considera un malato non soltanto un corpo colpito da una patologia.
Ma se le indicazioni personalizzate date da un medico ad un malato possono svolgere il ruolo di terapia allora è necessario formalizzarle in modo analogo a quanto avviene per i farmaci. È quanto auspica un articolo del BMJ pubblicato qualche giorno fa (https://blogs.bmj.com/bmj/2018/10/03/prescribing-personalised-social-pharmacological/) a firma di Anya de Iongh. L’autrice, che per questa rivista medica cura i contenuti editoriali indirizzati specificamente ai pazienti, lavora in Gran Bretagna, a livello nazionale e locale, per lo sviluppo delle pratiche medico-sanitarie incentrate specificamente sulla persona e per i servizi di supporto all’autogestione in ambito sanitario.
L’articolo, nell’auspicare quella riforma prescrittiva, ricorda che le indicazioni, mirate e concordate coi pazienti per un cambiamento del loro stile di vita, sono la base della medicina che si occupa della persona. Perché questo accada è evidente che il medico deve privilegiare la conoscenza approfondita dell’essere umano che chiede il suo aiuto e che per farlo debba instaurare un rapporto medico-paziente profondo, articolato e soprattutto soddisfacente: per entrambi. In questa visione della professione medica, il parlare con il paziente non può che diventare punto focale del rapporto medico-paziente: il passaggio obbligato per instaurare qualsiasi personalizzazione della terapia.
Questa modalità di assistenza medico-sanitaria è tenuta in grande considerazione dal mondo della politica nel Regno Unito. Matt Hancock, quarantenne Segretario di Stato alla Salute, esponente del partito conservatore (https://www.bbc.com/news/topics/cyrxyjj23wet/matthew-hancock) ha recentemente affermato: “Chiunque può suggerire a qualcuno di svolgere un’attività sociale. Mia moglie, ad esempio, mi dice regolarmente di muovermi di più. Non so se l’esercizio fisico sia davvero importante , ma so che dire alla gente di fare delle cose non è ancora una prescrizione uguale a quella farmaceutica. Il farlo mi sembra un’opportunità per condividere l’apprendimento e le competenze intorno allo sviluppo di intese condivise che possono portare le persone ad assumere la proprietà di quelle intese”.
Personalizzare le terapie comporta di sicuro una modalità di esercizio professionale diversa dall’attuale soprattutto per i medici di famiglia che, almeno in Italia, sono oberati da carichi burocratici e di lavoro a dir poco pesanti. Il dedicare spazio all’ascolto e al confronto con i propri assistiti richiede infatti i tempi necessari che devono essere previsti e preventivati nel loro complesso. Dal momento che la capacità di comunicazione non è però un’attitudine ma una tecnica che si impara è evidente che di questo fatto devono tenere conto i programmi di formazione.
Gli eventuali maggiori oneri economici a carico della sanità pubblica però potrebbero venire ripagati (e forse addirittura in quantità superiore alla spesa) da stili di vita più sani e adattati in modo stabile alle esigenze individuali dei cittadini. In altre parole il livello di salute della popolazione potrebbe tendenzialmente e stabilmente migliorare, facendo contemporaneamente diminuire anche il costo complessivo dei trattamenti sanitari: una possibile buona notizia per tutti.

A cura dell’Associazione Oi-Kos

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